Affacciata
al terrazzo di casa, vengo nuovamente fagocitata dal piccolo cosmo condominiale
che mi circonda. Non c'è mai niente di nuovo, eppure niente è così affascinante
come la quotidianeità altrui.
Il
tempo di una sigaretta permette a stralci di vita di sfilarmi sotto gli occhi.
Una
macchina entra nel vialetto, si ferma. Dal sedile del passeggero scende una
donna, chiude lo sportello e apre quello posteriore. Le sue braccia si tuffano
dentro, due più piccole si sporgono fuori, talmente bianche che quasi brillano
al buio. Riemerge la donna con in braccio il bambino, esausto, se lo mette in
braccio e chiude piano la portiera. Come un eroe discreto che ha appena salvato
il figlio dalla grotta del drago, la donna mette una mano sulla schiena del
bimbo e scompare dentro il proprio cancello.
Mi
sposto nel giardinetto vicino, e vedo una finestra con le tende scostate. Anzi
no, è una porta finestra. Riesco a distinguere un tappeto e due poltrone. Una
coppia è seduta. Probabilmente guardano la tv, hanno le gambe orientate nella
stessa direzione. Chissà se parlano. Dalle scarpe e dai jeans non sembrano
vecchi.
Lei
agita i piedi, gli stivali, lui accenna un movimento continuo e nervoso con la
gamba. Forse stanno per girarsi l'uno di fronte all'altro, magari mi troverò ad
assistere a una scena di sesso selvaggio sul tappeto.
Molto
più probabilmente hanno solo freddo.
Il
freddo di dicembre, un dicembre strano e appiccicoso, che mi si attacca alla
gola mentre sto qui a spiare dettagli di vita d'altri.
Da
un balcone si affaccia donna anziana, no, mi sto sbagliando, è ancora giovane,
solo con il viso stanco e struccato. Guardo meglio e sì, è una donna di quelle
che piacciono a me, segnate dagli anni, dai pensieri, dai cambiamenti del corpo
e della mente, forse un po' rudi, di quelle che non ce le vedi mica male a
dirigere un carcere minorile. Chiude le serrande con un colpo secco.
Quasi
avrei voluto che avesse alzato lo sguardo, sorprendendomi a condividere per un
attimo il suo gesto. Accorgendosi a malapena di quanti anni della sua vita io
stia ricostruendo sulla base di quella ruga in mezzo alla fronte che la rende
così cupa, così attenta, così concentrata mentre compie quel movimento
meccanico.
Quasi
mi trovo a desiderare che ricompaia, che faccia qualcosa di strano e
inaspettato perché ignora che due occhi estranei la stanno guardando.
Ma
è solo il gesto serale di chi si prepara a dormire, e il mio voyeurismo si
risolve ancora una volta nella cronaca della banalità.
Arriva
un'altra macchina. Anche questa si ferma.
Dal
posto passeggeri scende una vecchia. La macchina riparte, andrà a riporsi nel
garage.
La
vecchia si appoggia al bastone e viene inghiottita dal buio, piano piano, come
se tutta la notte fosse la sua camera da letto.
Dal
terrazzo di casa, il mio sguardo può spaziare su questa tranquilla monotonia.
E
per la prima volta non ne è offeso, non ne sente il peso.
Mi
trovo a sorridere di quelle vite, e ad augurare loro di continuare a scorrere
uniformi e serene.
Ché
in fondo non c'è niente di sbagliato nel preferire il calmo fluire di un fiume
al rimbombo assordante delle rapide.
Butto
il mozzicone nel vialetto, mi sbaglio e invece del tombino centro il canale di
scolo del terrazzo vicino.
Mi
sporgo per controllare che la siepe non prenda fuoco, ci manca solo che a tutte
queste vite fantasticate ponga fine proprio io.
Mi
rialzo e alzo lo sguardo al cielo. Le narici dilatate, il freddo di dicembre
che mi punge la gola.
Sento
due braccia intorno alle mie spalle e la barba sul collo.
No,
la vita di nessuno, in fondo, è poi così banale.
Alessia Terrusi