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Recensione a Incantatori di serpenti
mercoledì 27 novembre 2013
Incantatori di Serpenti è l’opera prima di uno studente di Guspini, Carmine Frau. È un romanzo breve che narra la storia di vari personaggi uniti dalla ricerca di un uomo misterioso, non si sa se reale o frutto di fantasia. Così c’è il Gringo, colui che si sente straniero in casa propria e per questo decide di migrare alla ricerca di qualcosa che non può trovare; Pwim, un dodicenne, orfano, che di mestiere fa il barbiere perché adora «il suono delle forbici affilate che ticchettano sopra la testa delle persone» (p. 61); c’è Edga, ragazzina dalla pelle candida, le lentiggini, e una forte predilezione per il silenzio; infine c’è uno Scrittore, di cui non sappiamo quasi nulla, se non che gestisce il rapporto col lettore.Il romanzo di Carmine Frau è un racconto leggero. Sono pagine che scivolano via, tra descrizioni di luoghi e tempi inesistenti o non precisati, e una perenne sensazione di sospensione nel vuoto. Le immagini si susseguono per accostamento, i dialoghi scarseggiano, la sintassi è semplice e scattante. La creatività dell’autore ricorda il realismo magico sudamericano, regala sogni e domande senza risposta.
Carmine Frau, 29 anni, è laureato in Scienze Politiche all’università di Cagliari, con una tesi sull’Asia orientale.Carola Farci(questa recensione è già uscita, in una versione leggermente modificata, nel Sardegna Quotidiano dell'agosto 2013)Pubblicato da Cenacolo di Ares alle 00:52 | Etichette: carmine frau, incantatori di serpenti, libri cenacolo, libro cenacolo, libro sognare, recensione, riassunto libro, sogno, trama incantatori | 0 commenti | Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su X Condividi su Facebook |
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La tragedia vista dal di fuori
mercoledì 20 novembre 2013
Come tutte le tragedie, questa di Cleopatra porta con sé numerose considerazioni.Io ora non voglio fare il giudice di nessuno o entrare nella caccia al colpevole (non ci entrerò io, direttamente, perché mi mancano informazioni e non voglio parlare per sentito dire, ma spero vivamente che ci entri la magistratura, e faccia giustizia, buttando in carcere chi ha speculato su quel cemento, e mangiando la chiave). Voglio limitarmi ad una considerazione, che non entra neppure all'interno della tragedia in sé, ma solo all'interno dell'idea, della ricezione della tragedia.
E questa considerazione è che, precisamente il giorno del mio ventiquattresimo compleanno (quest'orribile 18 novembre), io ho capito cosa vuol dire essere un'isola.
L'ho capito perché vivo fuori dalla Sardegna da anni e mai l'ho sentita così lontana.Uno pensa sempre che se succede qualcosa può prendere il primo aereo (a costo di spendere un'infinità di denaro, di farsi prestare i soldi dagli amici, di andare dal sig. Ryanair con una valigetta di monetine in bronzo) e arriverà a casa. Perché, se succede qualcosa, l'importante è arrivare a casa. E sì, uno che vive fuori mette in conto che potrebbe essere tardi. Un'idea tragica, angosciante, lacerante: ma almeno a casa arrivi. Almeno fai in tempo ad esserci.Ma in questi giorni, mi sono accorta che non è così. Perché quando uno che vive fuori pensa che potrebbe succedere qualcosa, pensa a qualcosa al singolo, ad un amico o ad un parente. Non pensa mai - come potrebbe pensarlo? - ad una sciagura di una vastità ben più ampia. Non pensa mai che né aerei né navi potrebbero arrivare. Non pensa mai di essere intrappolato fuori casa.E invece può succedere.Per chi vive fuori, l'unica cosa che si può fare in questi giorni è pregare. Qualcuno, senza dubbio, pregherà divinità di vario tipo (se conoscete chi possa far smettere di piovere, magari, fategli un cenno); io prego i volontari: prego perché non si stanchino, perché abbiano il sorriso, perché non si lascino buttare giù dalle lacrime e dal fango. Prego loro perché, in questo momento, sono loro che stanno salvando la mia terra.
Ma c'è un'altra cosa che mi ha fatto sentire parte di un'isola isolata, e isolata dal di fuori. E sono stati i primi messaggi che mi sono arrivati dagli amici nella Penisola, dove raccontavano di servizi ai TG nazionali in cui la situazione non è che fosse spiegata troppo bene; dove non è che si spiegasse che il casino è successo in casa loro, in casa di tutti. Un amico mi ha scritto: "vi hanno raccontati come un'altra Filippina, un'altra isola lontana e incomprensibile". Io non so se sia così, perché mi trovo in Spagna e non ho visto i servizi italiani. Però se è così realmente, quell'ira funesta che ho dentro e che in queste ore mi divora, aumenta ancora un po' di più. E mi ricorda da vicino, troppo da vicino, quando Margherita Hack suggerì di concentrare le centrali nucleari in Sardegna in modo da limitare il danno.
So che in questo momento ci vorrebbe una chiusa ad effetto, in stile Grazia Deledda, dove dico che i sardi sono i più forti e si rialzeranno. Lo so, e lo penso; ma non ho voglia di dirlo. Perché troppi ne ho sentiti, in questi giorni, di messaggi del genere usciti dalla bocca di politici che dovrebbero prima lavarsi la lingua.Ma avevo detto niente polemiche.E dunque torno a guardare le immagini della mia Sardegna in ginocchio. Ed "è il mio cuore il paese più straziato".
Carola FarciPubblicato da Cenacolo di Ares alle 10:47 | Etichette: carola ludita farci, cleopatra, nubifragio, nubifragio sardegna, sardegna, tragedia sardegna | 0 commenti | Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su X Condividi su Facebook |
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Della stagione del vento
domenica 10 novembre 2013
La fantasia è un posto dove ci piove dentro. (Da visibilità, Lezioni americane, Italo Calvino)Della stagione del ventoA perdere il giorno come ogni giorno.Forse che nella vita abbiamo scelto di aspettare, di muoverci leggeri senza mai esserci mossi. Forse che tutto questo: ma siamo ancora vivi:Seduti sul tetto a guardare il cielo. Io, Giglio TestaGrande e Sonia Porcella l'innamorata mia.Prendimene un po', di vento! Dice Sonia Porcella l'innamorata mia. Prendimene un po' che ti do un bacio sulla guancia.Sonia Porcella l'innamorata mia legge giornali con uomini palestrati e donne bellissime. Invece lei è brutta. Brutta come il debito della mia famiglia. Ma un giorno volerà da campanile a campanile, da chioma d'albero a chioma d'albero, da stella a stella. Allora penso che la sua morte sarà molto romantica.Sonia Porcella dicono tutti che è molto brutta ma io la amo molto. Si vede dagli occhi. Quando dice, Prendimene un po', di vento! Quando lo dice con quel fiato penso che non c'è una cosa viva a Nurcei che le somiglia, e se pure le somiglia, è meno di lei.Quindi se Sonia Porcella l'innamorata mia vuole un po' di maestrale, io farò di tutto: faccio di tutto ma il vento sarà suo.Siamo ancora vivi:Seduti sul tetto a guardare il cielo. Io, Giglio Testagrande e Sonia Porcella l'innamorata mia.Giglio TestaGrande è un amico mio anche se negli ultimi mesi è un po' meno amico. Per via del fatto che lui e Sonia si guardano con occhi nuovi e luminosi, si mandano le faccine al cellulare e c'è una strana intimità che li tiene appiccicati.Anche lui mi guarda come per dire, Beh, non ci riesci a catturare il vento?Giglio TestaGrande si mette con la schiena sull'eternit e guarda il cielo.L'hai vista? Dice Sonia. Una stella cadente. Anche se è giorno e di stelle non si vede nemmanco una scintilla. Lei ha molta fantasia.Tutti i bambini sui tetti delle case aspettano che il vento porti su la polvere. Ci piace annusare l'eternit, ci lascia un sapore dolciastro in bocca e ne andiamo pazzi.Tutti i bambini sui tetti delle case sono pronti a spiccare il volo in ogni momento. Siamo leggeri perché fatti della stessa materia dei sogni.Prendimene un po', di vento! E lo dice ancora una volta, Prendimene un po' che ti do un bacio sulle labbra. Sulle labbra.È in quel momento che il maestrale sì alza sopra i muri e mi strappa la camicia di dosso. Non penso più, adesso agisco. I venti bisticciano e rischiano di farci cascare giù. Eppure i bambini non hanno paura, i bambini di Nurcei sono immortali.Non penso più, adesso agisco. Faccio venti flessioni e tutti mi guardano come per dire: Minchia! Forte quello lì! E sono forte per davvero. Anche Giglio TestaGrande mi guarda e pensa che sono meglio di lui. E Sonia Porcella come mi guarda lei non mi guarda nessuno.Faccio un salto mortale e cado sulla strada di ciottoli. Quasi per morire. Il piede si gira malamente e sembra che vuole staccarsi dal resto del corpo. Diventa pure gonfio come una salsiccia! Dico io, Non ho paura del dolore! Gli altri bambini applaudono. Arrivano applausi da tutti i tetti per il salto olimpionico. Arriva qualche applauso anche per le folate furiose di maestrale.Il vento è come il Re di questo paese: scuoia le case di mattoni, confonde le rondini e le loro direzioni di volo, piega gli alberi fino a terra che sembrano gobbi, spinge le persone giù dalle scarpate per farle morire.Cammino e poi corro, e poi corro più forte. Giro per le vie più strette e prendo la salita che porta alla collina di Nurcei, dove ci sono pietre dappertutto, infatti Nurcei vuol dire Pietre. C'è anche una torre di muschio da dove si può vedere il mare. Qualcheduno dice che una strega venuta da Athênai e passata per Biddexidru sia approdata a Nurcei. Era una Madre del vento, o una semplice strega? E proprio dalla cima di quella torre lei ha gettato le maledizioni ventose.Imperversamento di vento, continuo, mentre salto le panchine e brucio gli stop. I Tzius inchiodati al bar. Mi vedono mentre corro e pensano che sono come un fulmine. Fulmine! Pensano. E qualcheduno lo dice a voce alta.Sento un boato, si chiudono le imposte alle finestre. I Tzius alzano i bastoni e gli aperitivi, sembra che mi dicono di stare attento. Fulmine! È una Porche Carrera fatta con i soldi della droga che mi prende in pieno e mi schianta sul muro. Mille duemila euro di danno. Quello della Porche Carrera fatta con i soldi della droga scende e mi guarda come per dire: Adesso paghi tutto! Io lo guardo come per dire che sono pronto a combattere. Ma quello della Porche Carrera fatta con i soldi della droga è anche un famoso pugile di Nurcei, e non basta che ho la schiena fracassata e un braccio ad angolo retto, e non basta tutto questo che mi stende con un pugno. Addio denti.Faccio ancora uno sforzo e riesco ad arrivare in collina. Vedo la torre di muschio di Nurcei. Se Sonia Porcella l'innamorata mia vuole un po' di vento io lo catturerò per lei. Salgo sulla pietra più alta. Prendo le folate più forti dritte in faccia. Ora che sono felice non ho più paura di niente. Nemmanco dolori sento, eppure sono tutto un livido e sanguinamento.Dalla torre di muschio si vede la costa e il mare schiumoso, la scogliera e questo paese appeso alla roccia. Qua e là i segni di un'antica civiltà che costruiva con l'argilla e con la paglia. Là e qua i segni di un'antichissima civiltà che costruiva con la pietra.Alzo le braccia al cielo e indico la mia busta di carta. Simulando paraboliche cadute. Ridendo molto. Apro la busta e cerco di raccogliere le folate più grosse, di imbustare più vento possibile per Sonia Porcella l'innamorata mia. Stendo le braccia, mi allungo, urlo e agito i pugni: sembra difficile catturare il vento: sembra impossibile. È impossibile.Sonia Porcella l'innamorata mia mi ha preso in giro: il vento non si può fermare, mai. Sarebbe come fermare i sogni degli abitanti di Nurcei, e i sogni sono trasparenti e nessuno ce li può togliere.Poi quando penso che Giglio TestaGrande e Sonia Porcella l'innamorata mia sorridono felici di catturare le stelle, sopra un tetto bellissimo e profumato, proprio in quel momento mi accorgo che ho tutte le ossa frantumate e sto sanguinando.Sulle coperture delle case tutti i bambini ridono di me. Applaudono per il grande vento e per il frastuono del cielo. Tutti assieme sono pronti per alzarsi più in alto del salto. Sono pronti per spiccare il volo.Mauro Tetti
Pubblicato da Cenacolo di Ares alle 11:57 | Etichette: adynaton, autore, autore cenacolo, autore cenacolo di ares, mauro tetti, racconti, racconto, racconto cenacolo, racconto mauro tetti | 0 commenti | Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su X Condividi su Facebook |
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L'incontro con la lupa
lunedì 4 novembre 2013
Percorsi molta altra strada senza fermarmi. Sentivo gli arti cedere al peso della fatica, ma non potevo più camminare a ritroso. Le parole conclusive di Carlos facevano ancora eco dentro la testa, conferendo alla mia andatura un incedere confuso. La guerra era oramai lontana, neppure mi sfiorava - così pensavo - ma dovetti subito ricredermi. Avvertii un prurito lungo il braccio destro e, pensando si trattasse di un insetto, schiaffeggiai la pelle con l’altra mano. Percepii una consistenza inaspettata, che non mi parve affatto sudore. Portai le dita davanti agli occhi, vidi che erano tinte di rosso. Qualche tempo prima ero stato colpito ad una spalla, e la ferita aveva ripreso a sanguinare. Urlai per la disperazione, certo che nessuno avrebbe potuto sentirmi. Persi tutto il fiato che avevo in corpo, e infine, disperato, svenni.Quando riaprii gli occhi mi trovai nel cuore di una grotta. Non potevo esserci arrivato da solo. Pensai d’esser stato fatto prigioniero. Provai a sollevare il capo e mi sentii come intrappolato.-Bravo, Guerriero, rimani giù, fermo immobile... Abbiamo quasi finito.Una donna. La voce era di una donna. Come aveva potuto lei sola trascinarmi fin lì? Toccai la ferita per controllarne lo stato e mi accorsi che era fasciata con una lunga ciocca di capelli, neri come un teatro senza attori in scena. Lei stava alle mie spalle, la sua presenza mi rassicurava. Sciolse la chioma liberando il mio omero, delicata e attenta come neppure io stesso avrei saputo essere nei riguardi del mio corpo. Si accovacciò accanto a me e afferrò dolcemente la mia mano. Pronunciò delle sillabe incomprensibili, tenendomi stretto. Si mise a cantare, pareva s’ingraziasse la terra sopra la quale poggiava il grembo. Un riverbero improvviso rivelò i lineamenti del suo volto. Nonostante vivesse in quell’antro, la sua pelle era insolitamente olivastra e l’iride le brillava come una grossa goccia d’ambra. La sua voce fluì sottile come trame di miele, giungendo indisturbata fino alle profondità del mio respiro, rianimandolo completamente. Tossii, e poi rimasi per qualche istante con gli occhi socchiusi, solo sentendo il palmo della sua mano fondersi al mio, e fui investito da un’energia che mai avrei attribuito a un essere umano. Sembrava un elemento della natura incarnato in sembianze femminili. La sua apparenza traeva in inganno: percepivo la fanciulla che era in lei, ma anche la donna millenaria che mi aveva salvato da fine certa. Rispettai il suo silenzio, e sollevando di poco il busto feci perno sulle braccia. La spalla aveva smesso di fare male. Tutt’attorno vigeva un’oscurità tenue, riuscivo a distinguere la presenza delle cose ma non la loro intera estensione. Mi sdraiai un'altra volta, frastornato da ogni nuova percezione.-Ringrazia il tuo corpo, Guerriero. Ha fatto un ottimo lavoro.-Veramente non so di cosa tu stia parlando… Ad ogni modo il mio nome è Khalil, e se una cosa è certa, è che io non sono più un guerriero.Era la prima volta che pronunciavo una simile frase. Possibile che fosse bastato così poco, a farmi rinnegare un’intera vita? Era davvero così fragile la materia del mio recente passato?-La tua mano mi parla di una battaglia appena trascorsa. Pertanto, lo spirito sarà già lontano e altrove, ma la tua indole racconta ancora della lotta per la sopravvivenza, Khalil. Non essere troppo duro con te stesso. Sei quello che sei, e guerriero o no, hai rischiato la vita. Ma poi, cosa ti ha portato a cambiare la tua attitudine?-Tu non sai quello che dici, strana donna. La mia storia neppure la conosci… Parli a sproposito di cose che non...-Puoi chiamarmi per nome, io sono Lupa. E non serve conoscere, per riuscire a vedere. Ora permettimi di farti bere un infuso per riprendere le forze, e poi sarai libero di andare.Detto questo sparì nuovamente alle mie spalle. Mi parve di aver appena perso un’occasione preziosa per tacere, ma non potevo accettare che una sconosciuta mi stesse dando del vile: in cuor mio sapevo di non essere un codardo.Martina MarongiuPubblicato da Cenacolo di Ares alle 03:26 | Etichette: autore, autore cenacolo, guerriero, martina marongiu, racconti | 0 commenti | Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su X Condividi su Facebook |

