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  1. La natura del viaggio.

    giovedì 11 luglio 2013

    Da Gauguin a Céline, sono molti gli artisti che hanno scelto con veemenza, nel corso dei secoli, la fuga dal consueto come ricerca del senso della propria anima. Se per il pittore francese la vita a Tahiti ha rappresentato una depurazione dalle scorie della civiltà occidentale, troppo lontana dall’istinto primordiale e animalesco dell’uomo, per l’autore di “Voyage au bout de la nuit” ha assunto il carattere irrazionale di quell’inquietudine che, soltanto pochi decenni dopo, sarebbe stata l’oggetto principale di gran parte della letteratura di culto. È proprio l’inquietudine - ben disegnata dalla stizzita prosa céliniana – uno dei principali aspetti della forte tendenza al viaggio dell’uomo.
    Sarebbe bene soffermarsi sul fatto che l’uomo ha sempre aspirato a una certa rottura della quotidianità. La fuga consiste esattamente in questo: è l’evasione da ciò che crediamo ci tenga chiusi in una situazione di insoddisfazione e impotenza.  A ben vedere, penso sia un tema strettamente legato a quello del tempo. La consuetudine, l’abitudine all’ambiente circostante, si stringe all’incedere lento e puntuale della vecchiaia, e di conseguenza, della morte. Scappiamo dalla morte ricercando nel mondo facce nuove della nostra anima, aspirando a una sorta di costante adolescente scoperta. La fuga dall’abitudinario si proclama quindi rifiuto solenne alla morte, rinnovamento dell’anima con la scoperta degli aspetti ancora sopiti della nostra personalità.
    Lo stesso vocabolo, consueto, racchiude in sé la chiave di uno dei paradossi della fuga. Consuètus ha la propria radice latina in “sùus”, il suo proprio, l’attributo del sé.
    Prendiamo coscienza di noi attraverso una drastica rottura col consueto – ciò che ci appartiene -, e in quell’esatto momento, la novità pone immediatamente in essere nuova abitudine, causa futura di rinnovata inquietudine e intolleranza verso noi stessi e l’ambiente che ci circonda.
    Per poter rappresentare in qual modo la fuga dal consueto, quindi il viaggio, generi stupore e arricchimento dell’io, la cartolina è lo strumento che più mi pare eloquente.

    Non è esattamente un caso che sulla mia scrivania ci sia sempre una bella cartolina. In quella che ho ora davanti agli occhi si intravedono le balconate del Top of the Rock, New York. Qualche grattacielo sbuca da sotto la nebbia.
    Fin da quando ero poco più che un bimbo, le conservavo tutte: mi piacevano da morire gli scorci rappresentati in esse.
    La cartolina è una delle prove più immediate del viaggio. Talvolta troppo sintetica, purtroppo preconfezionata, ma in quanto testimonianza, ha una peculiarità che mi ha sempre affascinato. Rappresenta una scelta. Di un dettaglio, di un angolo di terra tra milioni che ne esistono, e milioni ancora che vengono proposti nei negozi. Eppure, tra tutti, scegliamo proprio quello, con una precisione quasi inconsapevole, per comunicare la nostra esperienza a qualcuno. Quella sfumatura del nostro io che abbiamo scoperto in quel preciso viaggio, in quel preciso istante della nostra vita, e così via. Testimonianza di avercela fatta, essere scampati al tempo di nuovo. Proprio questo gesto di scegliere mi ricorda, con forza non casuale e per la quale provo empatia totale, quello della scrittura.
    Quando ho scritto Incantatori di serpenti, ho cercato di immergere i personaggi, tutti, seppur con sfumature diverse, in uno dei momenti della vita in cui l’inquietudine dell’anima si traduce in uno strappo irreversibile del proprio mondo.
    Gringo fugge la propria realtà con disperazione, per ritrovare il suo personalissimo gusto della meraviglia, assopitosi nel corso degli anni.
    Pwim ed Egda vivono la loro ricerca al momento della scoperta primordiale del proprio mondo, e attraverso l’interazione tra le loro diversità, si genera quello stupore creativo che li renderà persone nuove, pronte a vivere nel mondo con una nuova adulta identità.
    Carmine Frau



  2. Quando si smette di sognare?

    mercoledì 10 luglio 2013

    Quando ero bambina, e mia madre mi diceva “Oggi ti porto alle giostre!”, ero la bambina più felice del mondo. Una volta arrivate al parco, correvo su per la salita che introduceva all’ingresso, e arrivavo in cima già sudata e col fiatone. Faceva parte del divertimento, quella piccola fatica di bimba, quella meta da raggiungere. Sceglievo il mio posto, che era sempre lo stesso, e mi sedevo sulla giostra quando questa era ancora immobile. Mamma si dirigeva alla cassa e il mio giro poteva cominciare. Ma non era quello il motivo del mio entusiasmo. La proprietaria della giostra era una vecchina perennemente vestita di nero, con un foulard sulla testa. E sorrideva sdentata nel vedere i suoi bimbi rallegrarsi di giro in giro. Quella vecchina c’era sempre. Ogni volta correvo sperando ci fosse ancora. Sapevo che prima o poi i vecchi sparivano, e non li rivedevi più. Così, semplicemente da un giorno all’altro. E quindi correvo, e correvo e correvo. E anche quella volta la giostra c’era, e la vecchina c’era, e sorrideva, ed era sdentata ma sorrideva. E mamma andava alla cassa e coi gettoni belli colorati poteva cominciare il mio giro. E io ero felice perché bastava andare alla giostra per essere felici, perché non cambiava mai nulla. Qualsiasi stagione, qualsiasi giorno della settimana, potevo star sicura che sarebbe bastato salire su quella giostrina, e che tutto sarebbe stato perfetto, almeno lì, almeno per qualche giro in giostra. E la vecchina c’era sempre.

    E la vecchina c’era sempre, e aveva i capelli bianchi che sbucavano fuori dal velo, e svolazzavano sul viso rugoso come fili di luna. Premeva un tasto, e io cominciavo a girare intorno al mio piccolo mondo fatto di un’automobilina blu, mia madre, e una vecchina che non spariva mai.

    Un giorno, ma uno di quei giorni che non ti accorgi nemmeno che arrivano, mia madre smise di dirmi “Oggi ti porto alle giostre!”.  E io mi dimenticai di tutta quella eterna perfezione. Un giorno, succede per tutti, che anche ciò che ti sembra indispensabile, muti forma, e diventi un ricordo. Succede così, che tu non puoi accorgertene, da bisogno a ricordo. Nel giro di un giro di giostra. Chissà quando è stato il mio ultimo giro su quella giostra… Chissà se lo sapevo, che poi sarebbe stato l’ultimo. Oppure pensavo che sarebbe durato per sempre, e non sapevo che nella vita esistono anche e soprattutto le ultime volte.

    E la vecchina? Ah già, la vecchina. Un giorno, stavolta però un giorno qualunque, e non c’era più mia madre con me e precisamente avevo fatto vela dalla scuola. Ero lì con una mia compagna di classe, ma non correvo più. C’è un’età in cui smetti di correre per raggiungere la felicità, ma non so perché, e cominci anche ad averne un po’ paura. E allora non correvo quel giorno, e andavo lenta, passo passo. E una precisa paura. La piccola giostra sulla destra non c’era più. La mia macchinina blu dell’eternità, era corsa via per sempre. E la vecchina dal velo nero, dagli occhi ridenti, che spingeva un tasto e mi faceva volare, nemmeno lei c’era più. Era tutto cambiato. Oppure ero io che non sapevo più vedere? Forse la vecchina era ancora lì, a sorridermi, e mia madre era lì, a pagare per il mio giro in giostra. Forse ero io che non volevo più salire, ero scesa ed ero scesa per sempre. Magari la giostra c’era, era lì, e io non ero più capace di chiudere gli occhi, alzare le mie piccole gambe, aprire le braccia e correre nel vento di un piccolissimo giro di giostra. La vecchina mi avrebbe riconosciuta? Avrebbe saputo ancora che la mia preferita era la macchinina blu, perché era l’unica che portava la taglia della mia felicità?
    Quando si smette, di preciso, di sognare un gioco eterno? E soprattutto, perché? E che cosa c’è di meglio?

    E la vecchina canticchiava la melodia della giostra, mia madre sollevava sopra la testa gli occhiali da sole e mi guardava, e io giravo in tondo, guardando la vecchina, mia madre, il parco, la vecchina, mia madre, il parco, la vecchina, mia madre, il parco, la mia compagna di classe… “Marty? Va tutto bene?”
    E l’eterno non c’è più, è soltanto un ricordo ad occhi chiusi e cuore aperto. Ma la vecchina non se n’è mai andata, ha mantenuto la sua tacita promessa di restare. Chissà per quanti anni è rimasta lì col suo velo ad aspettarmi… Ero io ad essermene andata, perché anche i bambini, proprio come i vecchi, un giorno, ma non si sa di preciso quando, spariscono. Si perdono chissà dove, chissà perché, e non ritornano più. 
    Martina Marongiu