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  1. Quando si smette di sognare?

    mercoledì 10 luglio 2013

    Quando ero bambina, e mia madre mi diceva “Oggi ti porto alle giostre!”, ero la bambina più felice del mondo. Una volta arrivate al parco, correvo su per la salita che introduceva all’ingresso, e arrivavo in cima già sudata e col fiatone. Faceva parte del divertimento, quella piccola fatica di bimba, quella meta da raggiungere. Sceglievo il mio posto, che era sempre lo stesso, e mi sedevo sulla giostra quando questa era ancora immobile. Mamma si dirigeva alla cassa e il mio giro poteva cominciare. Ma non era quello il motivo del mio entusiasmo. La proprietaria della giostra era una vecchina perennemente vestita di nero, con un foulard sulla testa. E sorrideva sdentata nel vedere i suoi bimbi rallegrarsi di giro in giro. Quella vecchina c’era sempre. Ogni volta correvo sperando ci fosse ancora. Sapevo che prima o poi i vecchi sparivano, e non li rivedevi più. Così, semplicemente da un giorno all’altro. E quindi correvo, e correvo e correvo. E anche quella volta la giostra c’era, e la vecchina c’era, e sorrideva, ed era sdentata ma sorrideva. E mamma andava alla cassa e coi gettoni belli colorati poteva cominciare il mio giro. E io ero felice perché bastava andare alla giostra per essere felici, perché non cambiava mai nulla. Qualsiasi stagione, qualsiasi giorno della settimana, potevo star sicura che sarebbe bastato salire su quella giostrina, e che tutto sarebbe stato perfetto, almeno lì, almeno per qualche giro in giostra. E la vecchina c’era sempre.

    E la vecchina c’era sempre, e aveva i capelli bianchi che sbucavano fuori dal velo, e svolazzavano sul viso rugoso come fili di luna. Premeva un tasto, e io cominciavo a girare intorno al mio piccolo mondo fatto di un’automobilina blu, mia madre, e una vecchina che non spariva mai.

    Un giorno, ma uno di quei giorni che non ti accorgi nemmeno che arrivano, mia madre smise di dirmi “Oggi ti porto alle giostre!”.  E io mi dimenticai di tutta quella eterna perfezione. Un giorno, succede per tutti, che anche ciò che ti sembra indispensabile, muti forma, e diventi un ricordo. Succede così, che tu non puoi accorgertene, da bisogno a ricordo. Nel giro di un giro di giostra. Chissà quando è stato il mio ultimo giro su quella giostra… Chissà se lo sapevo, che poi sarebbe stato l’ultimo. Oppure pensavo che sarebbe durato per sempre, e non sapevo che nella vita esistono anche e soprattutto le ultime volte.

    E la vecchina? Ah già, la vecchina. Un giorno, stavolta però un giorno qualunque, e non c’era più mia madre con me e precisamente avevo fatto vela dalla scuola. Ero lì con una mia compagna di classe, ma non correvo più. C’è un’età in cui smetti di correre per raggiungere la felicità, ma non so perché, e cominci anche ad averne un po’ paura. E allora non correvo quel giorno, e andavo lenta, passo passo. E una precisa paura. La piccola giostra sulla destra non c’era più. La mia macchinina blu dell’eternità, era corsa via per sempre. E la vecchina dal velo nero, dagli occhi ridenti, che spingeva un tasto e mi faceva volare, nemmeno lei c’era più. Era tutto cambiato. Oppure ero io che non sapevo più vedere? Forse la vecchina era ancora lì, a sorridermi, e mia madre era lì, a pagare per il mio giro in giostra. Forse ero io che non volevo più salire, ero scesa ed ero scesa per sempre. Magari la giostra c’era, era lì, e io non ero più capace di chiudere gli occhi, alzare le mie piccole gambe, aprire le braccia e correre nel vento di un piccolissimo giro di giostra. La vecchina mi avrebbe riconosciuta? Avrebbe saputo ancora che la mia preferita era la macchinina blu, perché era l’unica che portava la taglia della mia felicità?
    Quando si smette, di preciso, di sognare un gioco eterno? E soprattutto, perché? E che cosa c’è di meglio?

    E la vecchina canticchiava la melodia della giostra, mia madre sollevava sopra la testa gli occhiali da sole e mi guardava, e io giravo in tondo, guardando la vecchina, mia madre, il parco, la vecchina, mia madre, il parco, la vecchina, mia madre, il parco, la mia compagna di classe… “Marty? Va tutto bene?”
    E l’eterno non c’è più, è soltanto un ricordo ad occhi chiusi e cuore aperto. Ma la vecchina non se n’è mai andata, ha mantenuto la sua tacita promessa di restare. Chissà per quanti anni è rimasta lì col suo velo ad aspettarmi… Ero io ad essermene andata, perché anche i bambini, proprio come i vecchi, un giorno, ma non si sa di preciso quando, spariscono. Si perdono chissà dove, chissà perché, e non ritornano più. 
    Martina Marongiu

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