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  1. E poi la fine. La fine più triste del mondo se esiste. In un modo così bello, nel modo più bello del mondo, non ci riesce nessuno a raccontarla: non esiste. Non ci riesce nemmanco lo scrittore più bravo del mondo. La possono raccontare solo le bestie del circo di Nurcei.

                A perdere il giorno come ogni giorno.
                Forse che nella vita abbiamo scelto di aspettare, di muoverci leggeri senza mai esserci mossi. Forse che tutto questo: ma siamo ancora vivi:
                Seduti sul tetto a guardare il cielo. Io e Sonia Porcella l'innamorata mia.
                Sono passati molti mesi da quando Sonia Porcella ha perso il bambino. Adesso cadono pezzi di neve sui tetti di eternit ed è tutto molto bianco. C'è freddo. Sembrerebbe l'inverno se non fosse il paradiso. Sonia Porcella l'innamorata mia non sorride più da quella volta. Adesso prende delle medicine per non sentire il pianto del neonato.
                Ho un vuoto dentro! Dice. Prendimene un po', di libertà!
                Quando lo dice con quel fiato penso che non c'è una cosa viva a Nurcei che le somiglia, e se pure le somiglia, è meno di lei.
                E come faccio? Chiedo io.
                Libera le bestie del circo di Nurcei, se ci riesci.
                Se Sonia Porcella l'innamorata mia vuole vedere la libertà, io la prenderò per lei. Se serve un pugno di libertà per farla sorridere, beh, eccola nelle bestie di questo villaggio.
               
                Seduti sul tetto a guardare il cielo. Io e Sonia Porcella l'innamorata mia. Si vede da lontano che siamo ancora bambini, ma come marito e moglie. Ci amiamo molto si vede dagli occhi.
                L'hai vista? Dico io. La neve che cade e fa diventare tutto bianco? Anche se siamo a Nurcei e la neve a Nurcei non si è mai vista. Io ho molto fantasia.
                Sonia Porcella l'innamorata mia mette un braccio sulla mia spalla. I suoi capelli per un millesimo di secondo infinito sembrano bellissimi e biondi, poi invece sono come sempre: colore di coala che scappa. Mi viene da dirle una cosa che ho sentito alla televisione:
                “Sei più dolce dell'aria della sera, che veste la beltà di mille stelle, più luminosa di Giove in fiamme, e nessun altra mai sarà mia amante.”
                Poi alla fine non dico niente.
                Sonia invece parla: Prendimene un po', di libertà! Dice.
                Aspettami qua, rispondo. E corro.

                Adesso che la neve scende più fitta. Scendo dal tetto e mi metto a correre lungo il canale dorato. Mi spinge una cosa che si chiama materia oscura, viene dallo spazio e nessuno sa cos'è: l'ho visto alla televisione. Alla fine del canale dorato c'è il camposanto di Nurcei. Si sente una musica nuova, una musica di Rocchenroll.
                It started to snow on Christmas Eve in the middle of the night
                Walkin through the state park zoo and everything is white...
    (Note musicali)
               
                Yaya Nora nonna mia mi viene dietro agitando un legno di vite, dice che non posso andare a giocare con le bestie del circo di Nurcei, che è pericoloso. Ma io una volta l'ho vista uccidere un gatto quindi penso che sono più pericolosi gli esseri umani.
                Vado come un fulmine.
                Bisogna attraversare il forestale di eucalitti, c'è buio e silenzio. I coala dormono sotto le fronde, non rompono. I cani randagi invece mordono i culi degli abitanti di Nurcei. Tengo tre pietre in saccoccia: una per difesa personale; una per portafortuna; una per regalo a Sonia Porcella l'innamorata mia, è una pietra preziosa.
                Oltre il forestale di eucalitti c'è il circo dimenticato di Nurcei, ci sono le gabbie da due inverni. Sono così strette e buie che ti viene da dire: No! No! Povere bestie. Un omino muscoloso porta da mangiare ogni due giorni. Carne fresca e mezze birre per i leoni. Crocchette per gli iorkshair.
                Quando arrivo alle gabbie vedo gli occhi tristi delle bestie, mi sembra che tutto ondeggi. La neve ha coperto i colori delle rulot. Se ti capita di venire la notte c'è un azzurro purissimo, dall'alto si possono contare tutte le stelle, si specchiano nelle pellicce degli animali.
                Vado avanti e indietro. Apro la gabbia dell'elefante, quella degli iorkschair. Apro la gabbia dei leoni e loro mi guardano come per dire: Adesso ti mangio! Io mostro la pietra per difesa personale e loro mi guardano come per dire: Paura. Non c'è pace finché non riesco a raccogliere un po' di libertà. Un pugno di libertà per Sonia Porcella l'innamorata mia. Allungo le braccia tiro calci alle bestie per farli uscire di fuori. Ma niente, non ne vogliono sapere. Hanno paura o brutta voglia. O forse cercano di farmi capire che non ci sarà nessuna libertà?
                Non esiste libertà per noi abitanti di Nurcei.

                I opened up the fence where the peacocks were, the lamas were
                Unleashed the snakes and seals could all get out, but they
                Refused to leave...
    (Note musicali)

                E poi la fine.
                La fine più brutta per me.
                Entro nel forestale di eucalitti e mi lascio dietro gli animali nelle loro gabbie. Voglio andare da Sonia Porcella l'innamorata mia e chiedere spiegazioni. I coala piangono e ho un brutto presentimento. Prendo a camminare sempre più veloce. Corro. Il cuore lo sento nella testa gigante che mi ritrovo.
                Le bestie del circo di Nurcei non si squassano festeggiando, non muovono la coda. Gli occhi mi guardano come per dire: Sparisci! Ti sei fatto prendere in giro. La libertà non si può catturare con le mani. Loro dicono la libertà. Non la puoi catturare e regalare come fai con i gioielli. Eccetera.

                Corro lungo il canale dorato e c'è una puzza lunghissima di sangue. Yaya Nora nonna mia cerca di fermarmi e ha gli occhi pieni di lacrime, e io non ho mai visto una nonna piangere prima di adesso. Mi preoccupo molto per la morte di qualcheduno.
                Guardo il sole per farmi male agli occhi. Mi tranquillizzo perché Sonia Porcella l'innamorata mia sta bene e mi aspetta sul tetto di eternit. Yaya Nora nonna mia mi ferma e dice di non guardare, che è già arrivata l'ambulanza e non c'è niente da guardare. E non guardare il sole, e non guardare quello e quell'altro. E basta! Dico io. Poi sento le gambe molli e perdo i sensi.
                Quando mi riprendo Sonia Porcella l'innamorata mia è ancora lì. E ci sono molte persone che guardano il sangue. Il suo corpo distrutto nell'asfalto in mille petali rossi.
                Prende a nevicare fortissimo e mi viene in mente quella cosa sentita alla televisione:
                “Sei più dolce dell'aria della sera, che veste la beltà di mille stelle, più luminosa di Giove in fiamme, e nessun altra mai sarà mia amante.”
                Fine.


                                                                                                Mauro Tetti






  2. Racconto di Natale

    martedì 17 dicembre 2013

    Quando arriva il momento dell’inverno in cui dicembre si posa sulle strade, alla sera, ai miei occhi ha le fattezze del cono di luce gialla dei lampioni. La voce è senz’altro quella delle automobili che passano sull’asfalto umidiccio di freddo e che vibra un poco alla luce della luna, mentre dalle casse di qualche impianto stereo viene fuori l’ultima hit di xfactor.
    Dicembre per certi versi è tutto un fatto di luminarie della Rinascente, e speriamo siano led, almeno i comuni risparmiano, e di profumo di formaggio e vino nei gazebo dei mercatini,  di saponette a chilometri zero di Ussaramanna, e proloco e festival e.
    Per la strada dei negozi senti l’aria condizionata  venire fuori da ogni ingresso, il poderoso braccio caldo d’aria vorrebbe acchiapparti e trascinarti dentro col portafogli pronto a comprare l’ultimo profumo con Scarlett Johansson e io penso alle strategie del marketing e tutta quella roba, e poi a quanto è bella Scarlett Johansson. Le musiche, dio mio pure quelle, segmentate appositamente per ciascuno di noi a seconda della merce che cercano di venderci. La magia del Natale.
    E pure le librerie sono fatte così. Ti seducono con il cd di Einaudi o con la sala da tè perché sanno che tu, animale da libreria, vai matto per i dettagli, e tutte queste sciocchezze.
    La prima volta che feci visita a una di queste librerie della grande distribuzione, da poco trasferito in città da Vattelappesca, Wyoming, entrai proprio per sentire quella che poi scoprii essere I Giorni, del nostro. La mia aspettativa del Natale da novello poser intellettuale prevedeva film in bianco e nero, un divano comodo e un collo profumato su cui poi addormentarmi e, appunto, per sottofondo musica per pianoforte. Mi domandai, ascoltandola, quali mani incredibili hanno suonato questo pezzo?, ricordo che entrai solo per chiederlo alla cassiera, la quale mi diede un bigliettino con su scritto opera e autore. Passai qualche minuto a scorrere i titoli dei volumi negli scaffali, non ricordo più quali titoli né quali scaffali. E anche se non comprai nessun libro, ché ci avevo quelli comprati con repubblica a cinque euro da finire, ormai ero stato agganciato.
    E comunque, è una specie di reazione condizionata collettiva, quella dello shopping natalizio, e la vedi, se ti metti nel punto più alto di via Garibaldi, e guardi giù. Un precipizio pieno zeppo di teste avvolte nelle sciarpe, e cappotti e smartphones che fotografano e whatsappano, e uomini che telefonano, e donne che telefonano e viceversa eccetera. Vanno tutti avanti o indietro e quando qualcuno si stacca dal trenino per entrare in un negozio, come per una legge universale di conservazione della folla, da un altro negozio esce il suo sostituto e si scioglie dentro la marea. E tu pensi in quale mare sfocerà o dove se ne andranno tutti d’estate, quando il laghetto di Central Park sarà pieno di anatre.
    Non che sia un male, questo fatto dei regali natalizi eccetera, figurati se vengo a fare la morale a qualcuno. Anzi, a me piace pure. Quando ero un ragazzino piccolo piccolo, tipo in prima media, o poco prima, infilato alla meglio dentro il mio giubbotto roces, troppo largo per le mie piccolissime spalle, andai, e forse era la prima volta nella mia vita, a comprare un regalo di Natale per la donna della mia vita, la mia Rosa Pinelli. Ovviamente non si chiamava così, ma non importa.

    Il mio compare aveva deciso di regalare una saliera di ceramica alla sua. Aveva la forma di un orsacchiotto, niente male, ma alla fine stabilimmo che lei avrebbe potuto non capire il gesto. Insomma comprammo quei piccoli peluches che andavano di moda, i trudini, e costavano anche poco, allora che l’unione europea doveva ancora unirsi, intendo quella monetaria, e tutta quella solfa là.
    L’appuntamento per scambiarceli tutti insieme era fissato all’uscita dalla messa della vigilia, tanto ci dovevamo andare comunque. Mia madre mi aveva stirato una bella camicia bianca con un ricamo giallo, un cardigan e i pantaloni eleganti di fustagno. Alla televisione c’era un film di Natale con Dan Aykroyd, e in mezzo ai due tempi c’erano un milione di pubblicità per i ritardatari dei regali, spot che preannunciavano dei meravigliosi anni duemila, e in casa era un tripudio di luci intermittenti colorate, e cascate elettriche per presepi made in China. Dopo la visita ai nonni, andammo in chiesa. Qualche petardo esplodeva in largo anticipo, alla vigilia di Natale, e mi chiedevo chi fosse lo stolto che non rispettava la prassi giusta: regali a natale e petardi a capodanno. Indossavo il montgomery e nella tasca destra tenevo il pacchettino rosso, piccolo quanto il mio pugno. Lo tenevo stretto per tutta la messa, guardavo le pareti immense e bianche della chiesa, esploravo i disegni delle infiltrazioni di umidità nell’intonaco immaginando il momento in cui avrei dovuto regalarglielo, quell’animaletto. Le parole giuste, ciao buon Natale!, se darle un bacio sulla guancia destra o su quella sinistra, e metti che sbagliamo e ci baciamo. Intanto tenevo la mano nella tasca del montgomery e se fosse esistito lo smartphone ci avrei tenuto probabilmente quello, nella mano, per controllare di nascosto il suo profilo o whatsapp, ma allora non c’era, perciò tenevo quel dono peloso impacchettato. La carta aveva cominciato a perdere il colore in alcuni punti, e si era anche sgualcita, perché le mie mani sudavano un po’, soprattutto quando pensavo alla mia Rosa Pinelli e chi sa che cosa sarebbe successo un’ora dopo.
    Comunque, alla fine della messa ci scambiammo tutti gli auguri di Natale, ciao buon Natale, sorrisi e tutto quanto e io tenevo la mano nella tasca aspettando il momento giusto.

    Poi quando tutto fu finito tornammo a casa a piedi, i miei erano già rientrati e faceva un freddo terribile, e niente, io tornai a casa con le mani in tasca, la sinistra a scaldarsi e la destra a stringere quel pupazzetto che mica ce l’ho fatta, poi, a darglielo. 

    Carmine Frau  

  3. Entro in una libreria, una di queste grandi librerie stile Carrefour dove i libri li devi cercare in mezzo al nuovo design e alle 783 magliettine con su scritto: EHI, SONO UNA CHE LEGGE, QUINDI SCOPAMI! Ammetto di essere disarmata, non ho una la lista della spesa, non devo fare regali di Natale, voglio una cosa per me, un libro che sia sempre stato mio e ora lo diventi per davvero. Dunque sono impacciata, entro con circospezione, mi guardo un po’ intorno, incrocio per un attimo lo sguardo del commesso… è l’errore fatale. Sono caduta in fallo. Me ne accorgo solo nel momento in cui lui mi corre accanto, già affannato, gli leggo negli occhi la determinazione del cacciatore. Si ferma davanti a me, ben piantato sulle gambe, busto leggermente in avanti, posizione aggressiva, uomo pronto all’attacco: “ha bisogno di qualcosa?”
    “No, grazie, stavo giusto dando uno sguardo”

    No. Mai. Mai dire questa frase in una di queste grandi librerie stile Carrefour dove i libri li devi cercare in mezzo al nuovo design. Mai. Lui sorride, sa che ormai mi sono fregata. Apre la bocca e riprende fiato. Sta caricando, lo so. Ora mi sparerà un mega pistolotto immane sull’ultimo libro del momento.
    “Sa, in questo momento, per venire incontro a tutti coloro che vogliono fare un regalino di Natale, abbiamo un’offertona per i volumi STAMINCHIA, in sconto al -25%. I volumi STAMINCHIA hanno ricevuto delle ottime recensioni da parte di illustri critici come Favio Bolo, Belin Rodriguez, e tanti altri. Sa, i volumi STAMINCHIA sono divertenti e per tutte le età. Per esempio, stiamo vendendo moltissimo l’ultima intervista di Peppino Maricone, il concorrente degli Stronzi di Maria. È stato eliminato proprio tre giorni fa dal programma e oggi è uscito il suo libro con tutti i retroscena…”
    “Ma…in tre giorni? Come ha fatto a scrivere un libro e pubblicarlo in tre giorni?”
    “Era un istant book”
    “Mmm. No, comunque guardi, io sono su tutt’altro genere. Per esempio, avete Il giocatore?”
    “Certo! Guardi, abbiamo tutta questa mensola destinata al giocatore”
    Wow, penso. Tutta una mensola? Neanche alla biblioteca della Normale sono così forniti.
    “Come vede qua abbiamo Il giocatore di calcio, Come diventare un buon giocatore di calcio, Il giocatore di basket, Come segnare sedici canestri al minuto, o per i più pantofolai, Il giocatore di canasta: mille e un modi per vincere senza bluffare. Mentre questa zona è per gli amanti della pesca…”
    “No, ma io cercavo IL giocatore. Quello di Dostoevskij”
    “Ah. Allora provi a guardare là in fondo. Penso lo possa trovare sotto la T. Se no controlli sul nostro catalogo online www.librerieinutili.strunz. E se ci clicca dieci volte Le diamo in omaggio una pentola antiaderente e una matita che fa il caffè se glielo chiedi”

    NO. Davvero, no. Questo è un incubo. Riavvolgiamo il nastro. Ammetto di essere retrograda, conservatrice, di avere ottantasetteanni a gamba, e forse di avere problemi di sociopatia. Ammetto di preferire la lettura di un buon libro alla compagnia di una parte cospicua della gente che vedo attorno a me tutti i giorni. Ammetto che non vedo niente di più bello dell’immagine di un divano e un libro. Ammetto tutto questo. Ma io, davvero, ho un’altra idea della libreria. Le librerie sono quel posto magico dove entri e la prima cosa che ti accoglie è il profumo delle pagine. Dove fai una passeggiata, ti guardi intorno, accarezzi le copertine. Noti in che ordine il libraio ha disposto i volumi e ti chiedi se tu utilizzi lo stesso criterio nella piccola libreria della tua stanza. Ecco, un libraio. Questa è la parola magica. Nella libreria c’è il libraio. Non c’è il commesso. C’è una persona che ama i libri quanto o più di te. Che conosce a memoria ogni angolo, ogni collana, ogni edizione. Che non ha bisogno di guardare nel computer per sapere con che lettera si scrive Dostoevskij. Il libraio è una persona che ti sa consigliare il libro giusto, quello che stai cercando prprio in quel momento, quello tuo, che ti appartiene da sempre. E niente t-shirt, pentole, e matite demoniache.
    Solo libri. Quei bei libri cartacei da sfogliare.
    Per questo credo che, se si confermano le detrazioni fiscali per chi compra libri, oltre al lettore ci guadagnano le piccole librerie. E questo mondo. Grazie ministro Zanonato, chiunque tu sia e a qualunque partito politico tu appartenga.



    Carola Ludita Farci

  4. La poesia è un’antica chiave di lettura della realtà, ma è anche la serratura sempre valida di un universo caotico e inarrivabile, che si scaraventa costantemente di fronte allo specchio di un uomo che tutto sommato ha vissuto, ma ha ancora così tanti rimpianti da voler rimettere in ordine tutta quanta la sua esistenza. E’ così che questa raccolta di poesie si accosta al lettore, priva di risposte certe, o domande oltremodo imbarazzanti, ma con tante ipotesi di sopravvivenza: c’è l’inseparabile compagna solitudine, evocata in tutte le sue forme più crudeli e alle volte persino squallide e sottili; c’è la sofferta ipocrisia di un vivere frettoloso; ma c’è anche moltissima passione, che emerge inaspettata come pezzi di un relitto naufragato nelle acque torbide di un passato remoto. E’ un bene che non ci sia armonia nella vita dell’uomo, è un bene perché ogni frammento non è perfettamente ricollocabile al suo posto, e questo spinge chi scrive a compiere un lavoro di indagine salvifica, fino al punto in cui ogni stralcio di vissuto è stato nuovamente ripescato, catalogato e impresso su carta con la forza delle mani di un archeologo dell’anima. Così Giuseppe Boy attraversa le strade delle sue città ingrate, dove amori e delusioni e piccole rivincite quotidiane convivono e si danno il cambio in attesa che altri possano ritrovarcisi in mezzo senza perdersi del tutto. Con la sua voce che non tace, coi suoi episodici reportage in versi, coi suoi singulti nel riandare in capoversi, con le sue parole semplici e minime, usate per dire davvero qualcosa e non soltanto per gioire dell’estasi catartica di un ghirigoro marginale, la lirica di questa raccolta ci guarda dritto negli occhi e ci accarezza con le sue mani ruvide e logorate. Queste poesie hanno un cuore di granito, ricoperto da scaglie di fumo corposo, e la bruma che le bacia ha sapore di vino che non ubriaca. A volte amare, a volte indispensabili, a volte brevi e furtive come un temporale estivo. Parole che significano ore, giorni, anni. Parole appese, precarie e vacillanti come l’adesso, oppure stabili ed eterne come croci di un altare consacrato all’arte del vivere d’arte. In queste poesie c’è impressa la storia di ogni ruga, di ogni capello bianco, di ogni attesa di ciò che magari esiste e ancora non è arrivato. È la resa dei conti di chi non conosce numeri, ma soltanto il vizio indelebile ed occulto delle parole.

    Martina Marongiu

  5. Parole parole parole, soltanto parole?

    giovedì 5 dicembre 2013


    “Parola: complesso di suoni articolati che esprime un significato”

    In questa lineare definizione da dizionario – casa di tutte le parole di una lingua – è compressa la cifra che distingue l’umanità dal resto del creato, ossia la madre di tutte le differenze: l’uomo è quell’UNICO essere in grado di esprimersi e di significare attraverso un complesso di suoni articolati. Certo, anche gli altri animali, e persino – così pare secondo alcuni recenti studi – i vegetali hanno il loro modo specifico di comunicare, cosa che per noi, malati cronici di antropocentrismo, potrebbe risultare persino difficile da credere. Ma c’è di più. C’è molto di più. La parola non è soltanto mero strumento di comunicazione colloquiale e quotidiana attraverso il quale ci relazioniamo coi nostri simili, ma è anche e sostanzialmente ciò che maggiormente risponde al fabbisogno esistenziale di ogni individuo. Le parole costruiscono mondi, scatenano guerre, generano realtà; basti pensare alle promesse, ai giuramenti, ai matrimoni… Un semplice “sì” può cambiare lo stato civile di una persona, legandola ad un’altra finché morte non le separi! E questo è niente, se ci si sofferma poi a pensare che tutto ciò che esiste è per noi intellegibile, appunto, grazie alle strutture generate aprioristicamente dal linguaggio, strettamente connesso ai nostri processi cognitivi. Detto in soldoni: provate a immaginare un mondo anonimo, afono e sordo… Non è minimamente concepibile! Tutta la nostra esperienza passa attraverso questo meraviglioso filtro che abbiamo in dotazione, e che è la parola.
    Non siete convinti a sufficienza? Pensate sia un po’ esagerato? Proviamo allora ad aprire una breve parentesi sul pensiero di Heidegger: lui sì che ha chiarito una volta per tutte questo concetto, e sarebbe oltremodo delinquente tentare di rielaborarlo rischiando alterandone il calibro:

    “Dove non c’è il linguaggio non c’è alcun aprimento dell’ente […]. Il linguaggio, nominando l’ente, per la prima volta lo fa accadere alla parola e all’apparire.”
    M. Heidegger, Sentieri interrotti, trad. it. di P. Chiodi, Firenze 1968, p.57

    Secondo il filosofo di Essere e tempo il linguaggio è nientemeno che «la casa dell’essere» e circoscrive la nostra esperienza situandola storicamente. Ma a quale linguaggio ci stiamo riferendo? Certo non alle chiacchiere da fila alla banca, per esempio, bensì ad un linguaggio speciale, definito addirittura come “essenza di tutte le arti”, in grado di aprire e fondare orizzonti: stiamo parlando chiaramente della poesia.

    Viviamo irrimediabilmente immersi nell’era dei tag, delle password, delle semplificazioni linguistiche al limite dello stupro verbale… Ci vergogniamo più di pronunciare un arcaismo colto e letterario che un neologismo eruttato dagli slang del post-moderno, dimenticando che le parole sono anche in grado di spezzare l’omologazione e di definire chi realmente siamo. Come non citare il buon Moretti, che con il suo iconico “Ma come parla, come parlaaa! Le parole sono importanti!” ha espresso attraverso un altro linguaggio dell’arte – il quale però senza la parola difficilmente avrebbe un senso – tutto il fastidio e l’insofferenza per la scelta sciatta e pressapochista dei termini di conversazione… Quante possibilità abbiamo di esprimere la stessa cosa in mila modi diversi? E quanto siamo pigri, il più delle volte, nel tentare di comunicare il nostro pensiero senza donargli sfumature, senza mettergli mai un bel paio di scarpe col tacco, una scollatura vedo non vedo, un’aderenza provocatoria e irriverente… Di quanto gioco ci priviamo? Però… serve coraggio, e non è detto sia per tutti.

    Impegniamoci, azzardiamo… E soprattutto, ricordiamoci di lasciare aperto un po’ di spazio alla bellezza del parlato, o quantomeno dello scritto. Anche questo è un buon modo per fare politica, per indurre resilienza.

    E se proprio non abbiamo nulla da dire, forse è quello un buon momento per tacere e aprire un bel libro.

    Le parole non ci appartengono, ci sfilano di bocca come “belle passanti che non siamo riusciti a trattenere”. Però possiamo ritrovarle tutte le volte che lo vogliamo, oppure… saranno semplicemente loro a venirci a cercare.
    E lo faranno, lo faranno.
    Statene certi.

    Belle parole e tanta poesia a tutti.

    Martina Marongiu



  6. A Scirarindi io c’ero e non c’ero: c’era “Ethiquà”, e Martina con lei. Era la prima volta che partecipavo a questo festival del “Benessere, buon vivere e sostenibilità in Sardegna”, ed era anche la mia prima fiera da standista. Superato il “blocco dell’allestitore” soprattutto grazie alla mano santa e al placido pragmatismo di un’amica, e disposti tutti i prodotti esponibili nel breve spazio a disposizione, era impossibile resistere al richiamo dell’ignoto per una curiosa come me. Da qualsiasi lato io mi girassi c’erano un colore, un volto, un logo o un qualcosa che mi chiedevano, mi imploravano di andare, scoprire, assaggiare, toccare, annusare, gustare, chiedere, esplorare, conoscere. In poche parole, “scirarmi”. Le ore lentamente volavano, così come anche le informazioni relative agli altri stand, quasi come polline portato dal vento della curiosità e dalla passione. Quando finalmente ho ricevuto il cambio e mi sono potuta sgranchire le gambe, non ho resistito e ho cominciato a perlustrare il nostro padiglione. Accanto a noi, a proposito di polline, un’azienda di apicoltori coi loro vari prodotti dal colore caldo dell’oro, e il mio personale ricordo del miele da bimba, imposto l’inverno come panacea di tutti i mali… Nel caffelatte bollente, sul fondo da raschiare, la gola a riscaldare. Dietro di noi un paravento in compensato ci separava da un piccolo giardino di odori: vasi ricolmi di foglioline e rametti essiccati, offerti alle narici dei passanti da una bella donna germanica, e una tisana calda a colmare le mani che, seppur vuote di euro, hanno ricevuto comunque qualche cosa di grande valore. Dal lato opposto del grande salone tante t-shirt molto colorate con stampigliati segni familiari e innovativi al tempo stesso: dalla Sardegna dei simboli sulla pietra, alle volute nere e ricciute, minimale arredo di un cotone giovane e diverso, per mano di un simpatico grafico che avrebbe voluto portare anche il proprio grano ma poi la burocrazia è lenta e mi dice “guarda”, mi dice trionfante, “il grano sparso sul banco lo coltivo io, è il mio, vedi?” e io mi chiedo cosa c’entri il grano con la grafica, ma poi mi accorgo dei suoi occhi brillare come cataste di spighe al sole, e leggo la nostra Isola come comune denominatore di una vita che non necessita di permessi e di etichette per esserci comunque, seppur come umile allestimento. A due passi da lì, un banco mistico e sinuoso: candele in cera d’api, di ogni forma e fattezza, e un calderone e forse anche una strega coi suoi laboriosi aiutanti. Tra fate e cellette, rafia e fiori essiccati, per momenti da accendere insieme, al lume d’incontro da sciogliere, rito d’eterna festa.

    Nel secondo – ed anche ultimo – padiglione che sono riuscita a visitare, ho trovato una Sardegna in grado di pensarsi futuro, generando presente attraverso il proprio passato. Una Sardegna coraggiosa, sognatrice, autocosciente, fatta di idee e di avanguardie. Tra quelli che mi hanno maggiormente colpito, c’è sicuramente la pluripremiata rivisitazione edilizia della lana di pecora come materiale per isolare i muri delle case. All’interno dello stesso stand però scopro anche la possibilità di creare peculiari complementi d’arredo attraverso il recupero di imballaggi industriali. Ecco quindi la chaise longue di tubi e pvc per momenti di relax ecosostenibile e tante altre idee …beeeeeeeeeautiful!
    Un momento speciale è stato quando ho ritrovato due cari amici con lo stand della loro azienda agricola biologica “del cavolo”, con la consueta intatta simpatia a spiegare ai passanti che la terra è il bene più prezioso, e bisogna averne cura senza violentarla, ma assecondando sapientemente i suoi ritmi, le sue richieste. Grazie a loro in questa occasione ho scoperto che a Villacidro esiste l’unico uovo di gallina sardo bio certificato, e ho potuto ricordarmi di quando da piccola ricevevo quasi tutti i giorni, con una carrucola improvvisata, “l’ovetto fresco per me”, dal generoso vicino di casa. Accanto ai due villani del buon senso, un microcosmo di colori e belati in miniatura… tante variopinte pecorelle, realizzate a mano con una pazienza di cui forse il buon Dio pure è sprovvisto, simboli di una riscoperta dei luoghi abbandonati, degradati o dimenticati. Oltre a questo psichedelico gregge, e ai progetti urbani a lui connessi, mi accorgo in un secondo momento di altre piccole statuette, ancora più elaborate e dettagliate, vestite in abito sardo. Chiedo di poterne toccare una, per accertarmi non si tratti di uno scherzo. Tutto vero: dai pizzi ai bottoni, dai ricami alla passamaneria. Incredibile! Continuando il mio giro scopro, di passaggio, che esiste anche la carta riciclata made in Sardinia. Ohimè, fermi tutti… Deve essere mia! Controllo il prezzo del quaderno più piccolo… peccato, bella l’idea ma il prezzo decisamente fuori portata. Proseguiamo. Farfalle. Farfalle di carta. Stampe, stancil, origami. Come sottrarmi? Sembra di essere entrati dentro una bolla di sapone, e di guardare il mondo attraverso questo magico filtro… tutto è leggero e possibile, soave e fatato. “Gradite del tè? Prendete anche qualche biscotto…!” Una giovane Alice nel paese delle Meraviglie mi riporta alla realtà della fiaba dimenticata. Senza farmelo ripetere due volte, acchiappo un biscotto al burro e mi complimento stando attenta a non sbriciolarmi tutta. Buon non compleanno, a me!


    Martina Marongiu