La poesia è un’antica chiave di lettura della realtà, ma è anche la serratura sempre valida di un universo caotico e inarrivabile, che si scaraventa costantemente di fronte allo specchio di un uomo che tutto sommato ha vissuto, ma ha ancora così tanti rimpianti da voler rimettere in ordine tutta quanta la sua esistenza. E’ così che questa raccolta di poesie si accosta al lettore, priva di risposte certe, o domande oltremodo imbarazzanti, ma con tante ipotesi di sopravvivenza: c’è l’inseparabile compagna solitudine, evocata in tutte le sue forme più crudeli e alle volte persino squallide e sottili; c’è la sofferta ipocrisia di un vivere frettoloso; ma c’è anche moltissima passione, che emerge inaspettata come pezzi di un relitto naufragato nelle acque torbide di un passato remoto. E’ un bene che non ci sia armonia nella vita dell’uomo, è un bene perché ogni frammento non è perfettamente ricollocabile al suo posto, e questo spinge chi scrive a compiere un lavoro di indagine salvifica, fino al punto in cui ogni stralcio di vissuto è stato nuovamente ripescato, catalogato e impresso su carta con la forza delle mani di un archeologo dell’anima. Così Giuseppe Boy attraversa le strade delle sue città ingrate, dove amori e delusioni e piccole rivincite quotidiane convivono e si danno il cambio in attesa che altri possano ritrovarcisi in mezzo senza perdersi del tutto. Con la sua voce che non tace, coi suoi episodici reportage in versi, coi suoi singulti nel riandare in capoversi, con le sue parole semplici e minime, usate per dire davvero qualcosa e non soltanto per gioire dell’estasi catartica di un ghirigoro marginale, la lirica di questa raccolta ci guarda dritto negli occhi e ci accarezza con le sue mani ruvide e logorate. Queste poesie hanno un cuore di granito, ricoperto da scaglie di fumo corposo, e la bruma che le bacia ha sapore di vino che non ubriaca. A volte amare, a volte indispensabili, a volte brevi e furtive come un temporale estivo. Parole che significano ore, giorni, anni. Parole appese, precarie e vacillanti come l’adesso, oppure stabili ed eterne come croci di un altare consacrato all’arte del vivere d’arte. In queste poesie c’è impressa la storia di ogni ruga, di ogni capello bianco, di ogni attesa di ciò che magari esiste e ancora non è arrivato. È la resa dei conti di chi non conosce numeri, ma soltanto il vizio indelebile ed occulto delle parole.
Martina Marongiu

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