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  1. A Scirarindi io c’ero e non c’ero: c’era “Ethiquà”, e Martina con lei. Era la prima volta che partecipavo a questo festival del “Benessere, buon vivere e sostenibilità in Sardegna”, ed era anche la mia prima fiera da standista. Superato il “blocco dell’allestitore” soprattutto grazie alla mano santa e al placido pragmatismo di un’amica, e disposti tutti i prodotti esponibili nel breve spazio a disposizione, era impossibile resistere al richiamo dell’ignoto per una curiosa come me. Da qualsiasi lato io mi girassi c’erano un colore, un volto, un logo o un qualcosa che mi chiedevano, mi imploravano di andare, scoprire, assaggiare, toccare, annusare, gustare, chiedere, esplorare, conoscere. In poche parole, “scirarmi”. Le ore lentamente volavano, così come anche le informazioni relative agli altri stand, quasi come polline portato dal vento della curiosità e dalla passione. Quando finalmente ho ricevuto il cambio e mi sono potuta sgranchire le gambe, non ho resistito e ho cominciato a perlustrare il nostro padiglione. Accanto a noi, a proposito di polline, un’azienda di apicoltori coi loro vari prodotti dal colore caldo dell’oro, e il mio personale ricordo del miele da bimba, imposto l’inverno come panacea di tutti i mali… Nel caffelatte bollente, sul fondo da raschiare, la gola a riscaldare. Dietro di noi un paravento in compensato ci separava da un piccolo giardino di odori: vasi ricolmi di foglioline e rametti essiccati, offerti alle narici dei passanti da una bella donna germanica, e una tisana calda a colmare le mani che, seppur vuote di euro, hanno ricevuto comunque qualche cosa di grande valore. Dal lato opposto del grande salone tante t-shirt molto colorate con stampigliati segni familiari e innovativi al tempo stesso: dalla Sardegna dei simboli sulla pietra, alle volute nere e ricciute, minimale arredo di un cotone giovane e diverso, per mano di un simpatico grafico che avrebbe voluto portare anche il proprio grano ma poi la burocrazia è lenta e mi dice “guarda”, mi dice trionfante, “il grano sparso sul banco lo coltivo io, è il mio, vedi?” e io mi chiedo cosa c’entri il grano con la grafica, ma poi mi accorgo dei suoi occhi brillare come cataste di spighe al sole, e leggo la nostra Isola come comune denominatore di una vita che non necessita di permessi e di etichette per esserci comunque, seppur come umile allestimento. A due passi da lì, un banco mistico e sinuoso: candele in cera d’api, di ogni forma e fattezza, e un calderone e forse anche una strega coi suoi laboriosi aiutanti. Tra fate e cellette, rafia e fiori essiccati, per momenti da accendere insieme, al lume d’incontro da sciogliere, rito d’eterna festa.

    Nel secondo – ed anche ultimo – padiglione che sono riuscita a visitare, ho trovato una Sardegna in grado di pensarsi futuro, generando presente attraverso il proprio passato. Una Sardegna coraggiosa, sognatrice, autocosciente, fatta di idee e di avanguardie. Tra quelli che mi hanno maggiormente colpito, c’è sicuramente la pluripremiata rivisitazione edilizia della lana di pecora come materiale per isolare i muri delle case. All’interno dello stesso stand però scopro anche la possibilità di creare peculiari complementi d’arredo attraverso il recupero di imballaggi industriali. Ecco quindi la chaise longue di tubi e pvc per momenti di relax ecosostenibile e tante altre idee …beeeeeeeeeautiful!
    Un momento speciale è stato quando ho ritrovato due cari amici con lo stand della loro azienda agricola biologica “del cavolo”, con la consueta intatta simpatia a spiegare ai passanti che la terra è il bene più prezioso, e bisogna averne cura senza violentarla, ma assecondando sapientemente i suoi ritmi, le sue richieste. Grazie a loro in questa occasione ho scoperto che a Villacidro esiste l’unico uovo di gallina sardo bio certificato, e ho potuto ricordarmi di quando da piccola ricevevo quasi tutti i giorni, con una carrucola improvvisata, “l’ovetto fresco per me”, dal generoso vicino di casa. Accanto ai due villani del buon senso, un microcosmo di colori e belati in miniatura… tante variopinte pecorelle, realizzate a mano con una pazienza di cui forse il buon Dio pure è sprovvisto, simboli di una riscoperta dei luoghi abbandonati, degradati o dimenticati. Oltre a questo psichedelico gregge, e ai progetti urbani a lui connessi, mi accorgo in un secondo momento di altre piccole statuette, ancora più elaborate e dettagliate, vestite in abito sardo. Chiedo di poterne toccare una, per accertarmi non si tratti di uno scherzo. Tutto vero: dai pizzi ai bottoni, dai ricami alla passamaneria. Incredibile! Continuando il mio giro scopro, di passaggio, che esiste anche la carta riciclata made in Sardinia. Ohimè, fermi tutti… Deve essere mia! Controllo il prezzo del quaderno più piccolo… peccato, bella l’idea ma il prezzo decisamente fuori portata. Proseguiamo. Farfalle. Farfalle di carta. Stampe, stancil, origami. Come sottrarmi? Sembra di essere entrati dentro una bolla di sapone, e di guardare il mondo attraverso questo magico filtro… tutto è leggero e possibile, soave e fatato. “Gradite del tè? Prendete anche qualche biscotto…!” Una giovane Alice nel paese delle Meraviglie mi riporta alla realtà della fiaba dimenticata. Senza farmelo ripetere due volte, acchiappo un biscotto al burro e mi complimento stando attenta a non sbriciolarmi tutta. Buon non compleanno, a me!


    Martina Marongiu



  2. 1 commenti:

    1. Unknown ha detto...

      che bel reportage, mi hai ri-catapultata la' per qualche minuto! grandiosa, spero di rincontrarti presto! Nura.

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