Walkin through the state park zoo and everything is white... (Note musicali)
Unleashed the snakes and seals could all get out, but they
Refused to leave... (Note musicali)
Fine.
domenica 22 dicembre 2013
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martedì 17 dicembre 2013
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Cenacolo di Ares
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venerdì 13 dicembre 2013
NO. Davvero, no. Questo è un
incubo. Riavvolgiamo il nastro. Ammetto di essere retrograda, conservatrice, di
avere ottantasetteanni a gamba, e forse di avere problemi di sociopatia.
Ammetto di preferire la lettura di un buon libro alla compagnia di una parte
cospicua della gente che vedo attorno a me tutti i giorni. Ammetto che non vedo
niente di più bello dell’immagine di un divano e un libro. Ammetto tutto
questo. Ma io, davvero, ho un’altra idea della libreria. Le librerie sono quel
posto magico dove entri e la prima cosa che ti accoglie è il profumo delle
pagine. Dove fai una passeggiata, ti guardi intorno, accarezzi le copertine.
Noti in che ordine il libraio ha disposto i volumi e ti chiedi se tu utilizzi
lo stesso criterio nella piccola libreria della tua stanza. Ecco, un libraio.
Questa è la parola magica. Nella libreria c’è il libraio. Non c’è il commesso.
C’è una persona che ama i libri quanto o più di te. Che conosce a memoria ogni
angolo, ogni collana, ogni edizione. Che non ha bisogno di guardare nel
computer per sapere con che lettera si scrive Dostoevskij. Il libraio è una
persona che ti sa consigliare il libro giusto, quello che stai cercando prprio
in quel momento, quello tuo, che ti appartiene da sempre. E niente t-shirt,
pentole, e matite demoniache.
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Cenacolo di Ares
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giovedì 12 dicembre 2013
La poesia è un’antica chiave di lettura della realtà, ma è anche la serratura sempre valida di un universo caotico e inarrivabile, che si scaraventa costantemente di fronte allo specchio di un uomo che tutto sommato ha vissuto, ma ha ancora così tanti rimpianti da voler rimettere in ordine tutta quanta la sua esistenza. E’ così che questa raccolta di poesie si accosta al lettore, priva di risposte certe, o domande oltremodo imbarazzanti, ma con tante ipotesi di sopravvivenza: c’è l’inseparabile compagna solitudine, evocata in tutte le sue forme più crudeli e alle volte persino squallide e sottili; c’è la sofferta ipocrisia di un vivere frettoloso; ma c’è anche moltissima passione, che emerge inaspettata come pezzi di un relitto naufragato nelle acque torbide di un passato remoto. E’ un bene che non ci sia armonia nella vita dell’uomo, è un bene perché ogni frammento non è perfettamente ricollocabile al suo posto, e questo spinge chi scrive a compiere un lavoro di indagine salvifica, fino al punto in cui ogni stralcio di vissuto è stato nuovamente ripescato, catalogato e impresso su carta con la forza delle mani di un archeologo dell’anima. Così Giuseppe Boy attraversa le strade delle sue città ingrate, dove amori e delusioni e piccole rivincite quotidiane convivono e si danno il cambio in attesa che altri possano ritrovarcisi in mezzo senza perdersi del tutto. Con la sua voce che non tace, coi suoi episodici reportage in versi, coi suoi singulti nel riandare in capoversi, con le sue parole semplici e minime, usate per dire davvero qualcosa e non soltanto per gioire dell’estasi catartica di un ghirigoro marginale, la lirica di questa raccolta ci guarda dritto negli occhi e ci accarezza con le sue mani ruvide e logorate. Queste poesie hanno un cuore di granito, ricoperto da scaglie di fumo corposo, e la bruma che le bacia ha sapore di vino che non ubriaca. A volte amare, a volte indispensabili, a volte brevi e furtive come un temporale estivo. Parole che significano ore, giorni, anni. Parole appese, precarie e vacillanti come l’adesso, oppure stabili ed eterne come croci di un altare consacrato all’arte del vivere d’arte. In queste poesie c’è impressa la storia di ogni ruga, di ogni capello bianco, di ogni attesa di ciò che magari esiste e ancora non è arrivato. È la resa dei conti di chi non conosce numeri, ma soltanto il vizio indelebile ed occulto delle parole.
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giovedì 5 dicembre 2013
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lunedì 2 dicembre 2013
A Scirarindi io c’ero e non c’ero: c’era “Ethiquà”, e Martina con lei. Era la prima volta che partecipavo a questo festival del “Benessere, buon vivere e sostenibilità in Sardegna”, ed era anche la mia prima fiera da standista. Superato il “blocco dell’allestitore” soprattutto grazie alla mano santa e al placido pragmatismo di un’amica, e disposti tutti i prodotti esponibili nel breve spazio a disposizione, era impossibile resistere al richiamo dell’ignoto per una curiosa come me. Da qualsiasi lato io mi girassi c’erano un colore, un volto, un logo o un qualcosa che mi chiedevano, mi imploravano di andare, scoprire, assaggiare, toccare, annusare, gustare, chiedere, esplorare, conoscere. In poche parole, “scirarmi”. Le ore lentamente volavano, così come anche le informazioni relative agli altri stand, quasi come polline portato dal vento della curiosità e dalla passione. Quando finalmente ho ricevuto il cambio e mi sono potuta sgranchire le gambe, non ho resistito e ho cominciato a perlustrare il nostro padiglione. Accanto a noi, a proposito di polline, un’azienda di apicoltori coi loro vari prodotti dal colore caldo dell’oro, e il mio personale ricordo del miele da bimba, imposto l’inverno come panacea di tutti i mali… Nel caffelatte bollente, sul fondo da raschiare, la gola a riscaldare. Dietro di noi un paravento in compensato ci separava da un piccolo giardino di odori: vasi ricolmi di foglioline e rametti essiccati, offerti alle narici dei passanti da una bella donna germanica, e una tisana calda a colmare le mani che, seppur vuote di euro, hanno ricevuto comunque qualche cosa di grande valore. Dal lato opposto del grande salone tante t-shirt molto colorate con stampigliati segni familiari e innovativi al tempo stesso: dalla Sardegna dei simboli sulla pietra, alle volute nere e ricciute, minimale arredo di un cotone giovane e diverso, per mano di un simpatico grafico che avrebbe voluto portare anche il proprio grano ma poi la burocrazia è lenta e mi dice “guarda”, mi dice trionfante, “il grano sparso sul banco lo coltivo io, è il mio, vedi?” e io mi chiedo cosa c’entri il grano con la grafica, ma poi mi accorgo dei suoi occhi brillare come cataste di spighe al sole, e leggo la nostra Isola come comune denominatore di una vita che non necessita di permessi e di etichette per esserci comunque, seppur come umile allestimento. A due passi da lì, un banco mistico e sinuoso: candele in cera d’api, di ogni forma e fattezza, e un calderone e forse anche una strega coi suoi laboriosi aiutanti. Tra fate e cellette, rafia e fiori essiccati, per momenti da accendere insieme, al lume d’incontro da sciogliere, rito d’eterna festa.
Nel secondo – ed anche ultimo – padiglione che sono riuscita a visitare, ho trovato una Sardegna in grado di pensarsi futuro, generando presente attraverso il proprio passato. Una Sardegna coraggiosa, sognatrice, autocosciente, fatta di idee e di avanguardie. Tra quelli che mi hanno maggiormente colpito, c’è sicuramente la pluripremiata rivisitazione edilizia della lana di pecora come materiale per isolare i muri delle case. All’interno dello stesso stand però scopro anche la possibilità di creare peculiari complementi d’arredo attraverso il recupero di imballaggi industriali. Ecco quindi la chaise longue di tubi e pvc per momenti di relax ecosostenibile e tante altre idee …beeeeeeeeeautiful!
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mercoledì 27 novembre 2013
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mercoledì 20 novembre 2013


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domenica 10 novembre 2013
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lunedì 4 novembre 2013
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giovedì 31 ottobre 2013
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martedì 22 ottobre 2013
Come si chiama quell'immagine
della gioconda che mostra il culo? È di Banksy. Oggi è la mia preferita. Domani
probabilmente sarà il giardino delle delizie; dopodomani qualcos'altro.
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