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  1. La tragedia vista dal di fuori

    mercoledì 20 novembre 2013

    Come tutte le tragedie, questa di Cleopatra porta con sé numerose considerazioni.
    Io ora non voglio fare il giudice di nessuno o entrare nella caccia al colpevole (non ci entrerò io, direttamente, perché mi mancano informazioni e non voglio parlare per sentito dire, ma spero vivamente che ci entri la magistratura, e faccia giustizia, buttando in carcere chi ha speculato su quel cemento, e mangiando la chiave). Voglio limitarmi ad una considerazione, che non entra neppure all'interno della tragedia in sé, ma solo all'interno dell'idea, della ricezione della tragedia.

    E questa considerazione è che, precisamente il giorno del mio ventiquattresimo compleanno (quest'orribile 18 novembre), io ho capito cosa vuol dire essere un'isola.

    L'ho capito perché vivo fuori dalla Sardegna da anni e mai l'ho sentita così lontana. 
    Uno pensa sempre che se succede qualcosa può prendere il primo aereo (a costo di spendere un'infinità di denaro, di farsi prestare i soldi dagli amici, di andare dal sig. Ryanair con una valigetta di monetine in bronzo) e arriverà a casa. Perché, se succede qualcosa, l'importante è arrivare a casa. E sì, uno che vive fuori mette in conto che potrebbe essere tardi. Un'idea tragica, angosciante, lacerante: ma almeno a casa arrivi. Almeno fai in tempo ad esserci.
    Ma in questi giorni, mi sono accorta che non è così. Perché quando uno che vive fuori pensa che potrebbe succedere qualcosa, pensa a qualcosa al singolo, ad un amico o ad un parente. Non pensa mai - come potrebbe pensarlo? - ad una sciagura di una vastità ben più ampia. Non pensa mai che né aerei né navi potrebbero arrivare. Non pensa mai di essere intrappolato fuori casa.

    E invece può succedere.
    Per chi vive fuori, l'unica cosa che si può fare in questi giorni è pregare. Qualcuno, senza dubbio, pregherà divinità di vario tipo (se conoscete chi possa far smettere di piovere, magari, fategli un cenno); io prego i volontari: prego perché non si stanchino, perché abbiano il sorriso, perché non si lascino buttare giù dalle lacrime e dal fango. Prego loro perché, in questo momento, sono loro che stanno salvando la mia terra. 

    Ma c'è un'altra cosa che mi ha fatto sentire parte di un'isola isolata, e isolata dal di fuori. E sono stati i primi messaggi che mi sono arrivati dagli amici nella Penisola, dove raccontavano di servizi ai TG nazionali in cui la situazione non è che fosse spiegata troppo bene; dove non è che si spiegasse che il casino è successo in casa loro, in casa di tutti. Un amico mi ha scritto: "vi hanno raccontati come un'altra Filippina, un'altra isola lontana e incomprensibile". Io non so se sia così, perché mi trovo in Spagna e non ho visto i servizi italiani. Però se è così realmente, quell'ira funesta che ho dentro e che in queste ore mi divora, aumenta ancora un po' di più. E mi ricorda da vicino, troppo da vicino, quando Margherita Hack suggerì di concentrare le centrali nucleari in Sardegna in modo da limitare il danno. 

    So che in questo momento ci vorrebbe una chiusa ad effetto, in stile Grazia Deledda, dove dico che i sardi sono i più forti e si rialzeranno. Lo so, e lo penso; ma non ho voglia di dirlo. Perché troppi ne ho sentiti, in questi giorni, di messaggi del genere usciti dalla bocca di politici che dovrebbero prima lavarsi la lingua.
    Ma avevo detto niente polemiche.
    E dunque torno a guardare le immagini della mia Sardegna in ginocchio. Ed "è il mio cuore il paese più straziato".


    Carola Farci

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