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  1. Il bisogno di crudeltà

    domenica 11 gennaio 2015


    Questo articolo non vuole concentrarsi esclusivamente sui fatti recentemente accaduti a Parigi, sottolineandone i dettagli macabri, enfatizzandone i contorni e alimentando nuovi dibattitti infiniti sull’islamofobia o su quanto la satira di Charlie Hebdo fosse eccessiva o comunista.
    Questo articolo vuole invece soffermarsi su una questione differente, una questione che riguarda tutti noi spettatori di scempi, di tragedie programmate e mai completamente inaspettate.
    Noi osservatori di un mondo violentato da una
    Questo articolo riguarda tutti noi che la sera guardiamo il telegiornale, e pensiamo che non abbiamo voglia di sorbirci altro dolore e sofferenza dopo 12 ore di lavoro senza pausa, e allora cambiamo canale, allontanando la nostra mente da tutte quelle immagini insanguinate che si susseguono come una diapositiva inceppata su una parete fredda e bianca (il nostro cervello).
    E a questo articolo voglio dare un titolo, un titolo che dichiara apertamente di cosa stiamo parlando, un titolo che più che un titolo rappresenta un monito chiaro ed inequivocabile.
    IL BISOGNO DI CRUDELTA’.
    Eccolo il titolo, ecco l’argomento.
    Perché sempre più spesso mi vien detto che la gente è stufa di ascoltare il telegiornale, o di leggere un quotidiano; la gente è stufa di pensare a fattacci di sangue e preferisce magari tapparsi occhi orecchie e bocca, e catapultarsi su qualche notizia del tutto priva di utilità per noi e per chiunque, una di quelle notizie vuote, fatte di niente, che coi sogni hanno ben poco a che fare.
    Perché anche dopo l’attentato contro Charlie Hebdo sento frasi del tipo: “Basta, non se ne può più di tutta questa violenza, le cose brutte succedono tutti i giorni, e non possiamo sopportarne altre”. E allora vien fuori che le persone hanno perso la capacità di distinguere tra INFORMAZIONE e ACCANIMENTO MEDIATICO, ossia il Bisogno di Crudeltà, quella necessità macabra di vedere sempre di più, di documentare qualsiasi evento tragico con tanto di foto e video disturbanti per qualsiasi adulto figuriamoci per dei minorenni; quel bisogno insano che da sempre è radicato nell’uomo di vedere il sangue che cola dalle vittime, le piaghe aperte dei feriti, le esplosioni in diretta con tanto di focus impensabili sui cadaveri abbandonati per strada, di assistere in diretta alle sparatorie, ai massacri, ai suicidi di massa di persone ingabbiate in torri di fuoco senza alcuna via di scampo se non la morte stessa.
    Sembra quasi che i confini tra informazione libera e accanimento morboso si siano a tal punto mescolati da non essere quasi più riconosciuti dai più, con la terribile conseguenza che ormai la maggiorparte delle persone preferisce evitare direttamente piuttosto che star lì a scegliere cosa sia informazione e cosa non lo sia affatto.
    E allora mi chiedo: fino a che punto ci siamo spinti? Questo bisogno di crudeltà gratuita, di spettacolo macabro a che conseguenze ci ha portati? Il confine esiste ancora o si è irrimediabilmente inquinato tanto da diventare irriconoscibile?
    Prendiamo come esempio pratico l’attentato alla rivista satirica francese Charlie Hebdo.
    Nell’arco di poche ore sui social network si è assistito ad un crescendo di video che mostravano in diretta la sparatoria contro il poliziotto ucciso per strada. Non si trattava più di discutere sull’accaduto, di diffondere la notizia del massacro, di informare sui fatti, di riflettere sulla situazione terrificante che si stava delineando, di piangere le vittime sacrificali di un’intolleranza sempre più profonda e oscurantista.




    No: si trattava di spettacolizzare l’accaduto, di mostrare la violenza, di appagare quel bisogno di crudeltà tanto potente quanto nascosto nell’animo di ogni essere umano.
    Perché in fondo non è una novità dei giorni nostri, ma anzi è qualcosa che è sempre esistito, pensiamo ai giochi dell’Impero Romano, ai gladiatori che si uccidevano tra loro dando spettacolo, pensiamo alla Corrida e alla sete di sangue del pubblico che ancora oggi assiste a questo orribile spettacolo sanguinario.
    E’ una fame di sangue che non morirà mai.
    E’ il nostro bisogno di catarsi a renderci dei guardoni morbosi e con la bava alla bocca innanzi allo scorrere del sangue di vittime innocenti che si battono per i propri ideali di libertà e uguaglianza.
    E se Antonin Artaud disse che il bisogno di crudeltà avrebbe dovuto salvare il Teatro dalla morte certa, risvegliandolo dal torpore nel quale Racine lo aveva condotto, io dico che l’Informazione deve riappropriarsi della sua identità e lasciare al Teatro il dovere di spettacolizzare per appagare la nostra perversione, la nostra fame.
    Perché l’accanimento mediatico poco a poco divorerà ogni rimasuglio di Informazione, trasformandosi in un enorme blob pronto ad inghiottire ogni nostro quesito.
    politica inutile e controproducente, che nulla ha ereditato dai grandi ideali politici e filosofici che dovrebbero stare alla base della vera ars politica, quella con la P maiuscola, quella che predicavano i grandi pensatori greci, quella impregnata di ideali rispettabili, di eloquenza satura di senso, e non di parole a vanvera tra un brindisi e l’altro il giorno di Capodanno.

    Giulia Massa
    (Quest'articolo è già uscito per la rivista online Strada126)

  2. 10 titoli da mettere sotto l'albero

    lunedì 15 dicembre 2014

    Ultimamente sono entrata alla Feltrinelli, mercato diabolico dove si vende tutto meno che libri. Ho anche riflettuto, di recente, che siamo noi i primi a finanziare il grande a scapito del piccolo: andiamo al Carrefour invece che alla bottega sotto casa, etc. La scusa solita è che costa meno.
    Nel caso dei libri, manca anche questa scusa. Andiamo nelle grandi librerie (che di librerie hanno ben poco), perché?
    Ci sono dei marchi che pubblicano libri molto belli, è vero. Ma li conosciamo tutti. E sono sicura che in ogni letterina di Babbo Natale di voi lettori saranno presenti uno, due, tre Einaudi/Mondadori/Bompiani. Per carità, è giusto, ci sono anche nella mia! Però proviamo un po' a vedere se anche le case editrici più piccine, che magari vendono nelle librerie indipendenti, o tramite internet, hanno qualcosa da dire?  
     

    Ecco a voi una decina di titoli di piccole case editrici da mettere sotto l'albero. Buon Natale!
     
    1- A biliardino non gioca più nessuno di Nino Nonnis.
    Ebbene sì, ho un po' barato, sono partita da un classico. Chi non conosce A biliardino non gioca più nessuno? In Sardegna è assolutamente un cult. Definire la trama di un libro di Nonnis causa sempre qualche difficoltà, chi lo legge sa bene che la sua scrittura si posa da un soggetto all'altro, senza sosta, disegnando un bellissimo bozzetto di personaggi vari ed eventuali. A biliardino non gioca più nessuno è' il racconto della Cagliari di qualche decennio fa e dei suoi protagonisti. Un libro spassosissimo per quelli della mia generazione; addirittura esilarante per gli over cinquanta che ricordano bene ciò di cui il libro parla.
    La casa editrice è Grafica del Parteolla. Il libro è del 1997, ma dopo quasi vent'anni non ha perso niente della sua ironia graffiante. Prezzo recuperabile da internet: 7.75euro (non so se nelle librerie sia lo stesso).
     
    2- Adynaton di Mauro Tetti.
    Adynaton è un monologo teatrale, e come tutti i monologhi teatrali ben fatti ha tre caratteristiche principali: è scorrevole, fa riflettere, ed è breve. E' la tragica storia dell'ammazzamento di Micheleddu, visto attraverso il ricordo del fratello. Una storia dal retrogusto atzeniano, che parla della vera Sardegna (non quella da libro per turisti) e dell'animo umano. E' edito dal Cenacolo di Ares e nel 2010 ha vinto il premio Francesco Masala. Ah, ha anche un'altra qualità: è economico! Prezzo: 6.00 euro.
     
    3-  Quando parlavamo coi morti di Mariana Enriquez.
    Primo libro non sardo. Dai, ce lo mettiamo. Nonostante l'amore per la nostra terra è bene spingere lo sguardo anche oltre mare. In questo caso, addirittura, oltre oceano, dato che la scrittrice in questione è argentina. Il libro della Enriquez è composto da tre racconti, uno più avvincente dell'altro. Son storie a cavallo tra i temi lugubri del noir e quelli del realismo magico. Realtà e superstizione si mischiano e danno vita a delle trame che non dimenticherete.
    No, niente, non riesco a dirvelo quanto è bello sto libro: leggetelo! La casa editrice è Caravan, il prezzo 9.50.
     
    4- Intillimania di Aldo Brigaglia.
    E' un libro uscito un paio d'anni fa. Ricordo che lo comprai ma non lo lessi. Si tratta di una raccolta di articoli di giornali che raccontano la storia degli Inti Illimani e del Cile negli anni della dittatura. Detto così non mi ispirava, e l'ho lasciato qualche anno nel comodino a prendere polvere. Poi l'ho aperto e ho trovato un mondo: la scrittura di Brigaglia ti afferra e non ti lascia più andare, gli articoli hanno un ritmo micidiale, e raccontano un mondo tanto interessante quanto drammatico, osservato da uno - l'autore - che l'ha vissuto in prima persona attraverso l'amicizia con gli Inti Illimani e i viaggi in terra cilena. E' edito da Tema, al prezzo di 12.00 euro.
     
    5- Le donne di Balthus di Valentina Neri.
    Il libro è uno solo, ma le trame che si intessono sono tre: quelle di tre donne i cui destini si intrecciano. Non voglio svelare di più, o rischio di scoprire troppo le carte. Ne consiglio caldissimamente la lettura agli amanti dell'arte e no. La casa editrice è la mitica Arkadia, il prezzo è di 15.00 euro.
     
    6- Paese di fango di Dolores Cabras.
    Questo libro è una delicatissima poesia. Non nel senso che è scritto in versi, ma nel senso che la penna dell'autrice è raffinata, dolce, elegante. Eppure la trama è viscerale: in un paese senza colori, unica regola che vige è quella che - recuperando l'Antico Testamento - vieta ai pittori di esprimersi nel loro lavoro. Ma una notte qualcosa scombussola tutto, e il colore torna nel paese.
    Il libro è del Cenacolo di Ares (è vero che io sono di parte, ma assicuro che non vi pentirete di averlo acquistato) e il prezzo è 12.00 euro.
     
    7- Cimettolafaccia di Costanzo Ferraro.
    Costanzo Ferraro racconta una storia che coincide con la sua vita. Una vita che si è rifiutato di far coincidere con la sua malattia: un danno permanente al sistema nervoso centrale. La scrittura è quella di un ingegnere informatico: lineare, limpida. Per riassumere questo libro potremmo definirlo così: un testo esemplare che racconta la verità sofferta senza troppi lamenti e con ribadita volontà di salvezza. Casa editrice: Valigie Rosse. Prezzo: 12.00 euro.
     
    8- Serpenti di Daniel Krupa.
    Torno nuovamente su Caravan che è una casa editrice che mi piace parecchio. Ancora una storia ambientata in Sud America, stavolta sul limitare della foresta. Tre ragazzi si scoprono là nel passaggio tra l'adolescenza e la maturità, e si trovano a dover affrontare le proprie paure e i propri cambiamenti. Prezzo di copertina: 9.50.
     
    9- Il signor Bovary di Paolo Zardi.
    Il signor Bovary è un libro troppo corto per essere definito "romanzo", ma troppo lungo per rientrare nella forma del "racconto". Precisamente quel numero di pagine che io adoro! Forse più che della trama vorrei parlarvi della forma, di una scrittura rapida, battente, incessante; di una prima persona sibillina. Anzi, sì, della trama non dico proprio nulla. Però vi invito a leggerlo! La casa editrice è Intermezzi, il prezzo 5.00 euro.
     
    10- Zonzo di Alessia Terrusi.
    Zonzo è, come li chiama qualcuno, un "social book", nel senso che è nato da un insieme di post di facebook. Un'idea che, di per sé, non mi ha mai attratto molto, ma che nel caso della Terrusi fa eccezione: il libro è veramente, veramente, veramente divertente. Parla della quotidianità, vissuta in prima persona dallo sguardo attento e mordace di una ragazza di venticinque anni. Il regalo perfetto per far tornare il sorriso. Cenacolo di Ares, 10.00 euro.


    BUON NATALE!!!

    Carola Farci

  3. Dal terrazzo di casa

    venerdì 5 dicembre 2014

    Affacciata al terrazzo di casa, vengo nuovamente fagocitata dal piccolo cosmo condominiale che mi circonda. Non c'è mai niente di nuovo, eppure niente è così affascinante come la quotidianeità altrui.
    Il tempo di una sigaretta permette a stralci di vita di sfilarmi sotto gli occhi.

    Una macchina entra nel vialetto, si ferma. Dal sedile del passeggero scende una donna, chiude lo sportello e apre quello posteriore. Le sue braccia si tuffano dentro, due più piccole si sporgono fuori, talmente bianche che quasi brillano al buio. Riemerge la donna con in braccio il bambino, esausto, se lo mette in braccio e chiude piano la portiera. Come un eroe discreto che ha appena salvato il figlio dalla grotta del drago, la donna mette una mano sulla schiena del bimbo e scompare dentro il proprio cancello.

    Mi sposto nel giardinetto vicino, e vedo una finestra con le tende scostate. Anzi no, è una porta finestra. Riesco a distinguere un tappeto e due poltrone. Una coppia è seduta. Probabilmente guardano la tv, hanno le gambe orientate nella stessa direzione. Chissà se parlano. Dalle scarpe e dai jeans non sembrano vecchi.
    Lei agita i piedi, gli stivali, lui accenna un movimento continuo e nervoso con la gamba. Forse stanno per girarsi l'uno di fronte all'altro, magari mi troverò ad assistere a una scena di sesso selvaggio sul tappeto.
    Molto più probabilmente hanno solo freddo.
    Il freddo di dicembre, un dicembre strano e appiccicoso, che mi si attacca alla gola mentre sto qui a spiare dettagli di vita d'altri.

    Da un balcone si affaccia donna anziana, no, mi sto sbagliando, è ancora giovane, solo con il viso stanco e struccato. Guardo meglio e sì, è una donna di quelle che piacciono a me, segnate dagli anni, dai pensieri, dai cambiamenti del corpo e della mente, forse un po' rudi, di quelle che non ce le vedi mica male a dirigere un carcere minorile. Chiude le serrande con un colpo secco.
    Quasi avrei voluto che avesse alzato lo sguardo, sorprendendomi a condividere per un attimo il suo gesto. Accorgendosi a malapena di quanti anni della sua vita io stia ricostruendo sulla base di quella ruga in mezzo alla fronte che la rende così cupa, così attenta, così concentrata mentre compie quel movimento meccanico.
    Quasi mi trovo a desiderare che ricompaia, che faccia qualcosa di strano e inaspettato perché ignora che due occhi estranei la stanno guardando.
    Ma è solo il gesto serale di chi si prepara a dormire, e il mio voyeurismo si risolve ancora una volta nella cronaca della banalità.

    Arriva un'altra macchina. Anche questa si ferma.
    Dal posto passeggeri scende una vecchia. La macchina riparte, andrà a riporsi nel garage.
    La vecchia si appoggia al bastone e viene inghiottita dal buio, piano piano, come se tutta la notte fosse la sua camera da letto.

    Dal terrazzo di casa, il mio sguardo può spaziare su questa tranquilla monotonia.

    E per la prima volta non ne è offeso, non ne sente il peso.
    Mi trovo a sorridere di quelle vite, e ad augurare loro di continuare a scorrere uniformi e serene.
    Ché in fondo non c'è niente di sbagliato nel preferire il calmo fluire di un fiume al rimbombo assordante delle rapide.

    Butto il mozzicone nel vialetto, mi sbaglio e invece del tombino centro il canale di scolo del terrazzo vicino.
    Mi sporgo per controllare che la siepe non prenda fuoco, ci manca solo che a tutte queste vite fantasticate ponga fine proprio io.

    Mi rialzo e alzo lo sguardo al cielo. Le narici dilatate, il freddo di dicembre che mi punge la gola.
    Sento due braccia intorno alle mie spalle e la barba sul collo.

    No, la vita di nessuno, in fondo, è poi così banale.                                                        
                                     
                                                   
                                                                                                                             Alessia Terrusi

     


  4. Oltre l'orizzonte

    martedì 19 agosto 2014



    La porta del negozio si richiuse con un lieve scatto, annunciando l'ingresso della nuova cliente. Sara cominciò a guardarsi intorno, ben attenta a non sfiorare nulla, ma incuriosita da ogni tipo di riproduzione. Fu particolarmente attratta da una parrucca blu elettrico, le venne anche in mente quella di Lost in translation, sorrise. La commessa ci mise qualche istante, ma poi arrivò. Subito le due si guardarono con un cenno d'intesa.
    I capelli di Sara erano lunghissimi, e di un lucente nero indelebile.

    - Eh, lo immagino, sai. Tagliare via quello splendore non deve essere una scelta facile.
    Sara prese ad accarezzare un ciuffo proprio accanto all'orecchio, il suo preferito sin dall'infanzia,quello che al mare, dopo il bagno, le finiva inevitabilmente tra le labbra col suo succo di salsedine.
    - Però è giusto voler cambiare look ogni tanto. Ne hai già adocchiato qualcuna? Guarda questa, un meraviglioso caschetto castano... scommetto che ti donerebbe!
    - Sono qui perché a breve li avrò persi tutti, e cercavo qualcosa il più possibile simile ai miei...
    - Perdonami... Provo a cercare qualcosa nel retrobottega. Un istante.
    - La ringrazio, e non si preoccupi.
    Una lacrima colmò l'occhio della giovane, che mai avrebbe pensato di dover pronunciare quelle parole,e una fitta alla pancia.
    - Questo è ciò che di più simile abbiamo in bottega. È una bellissima parrucca, toccala pure, c'è una minima differenza sulla lunghezza rispetto ai tuoi, ma per il resto...

    - La prendo.
    - Ciò che consigliamo solitamente è di rasare prima i capelli veri. Sarà meno traumatico che vederli cadere. Ma questo è a tua discrezione ovviamente. Carta di credito?
    - Sì, grazie.

    Sara prese l'autobus e ormai era scesa la sera. Arrivò alla stazione e cambiò bus, diretta verso il mare,in compagnia di un incazzoso maestrale. Ebbe la rara possibilità di scegliere il posto a sedere. Scelse quello sopra la ruota: per alcuni il più scomodo, per via degli ammortizzatori, ma per lei era solo il posto più in alto, quello privilegiato che quando era bambina le permetteva di osservare il panorama scorrere. Scese alla sua fermata,trascinando un po' una busta con sé, con poca voglia. Si fermò al bar in chiusura e ordinò un Jack Daniel's. Le aveva sempre fatto schifo, ma era una delle poche cose le ricordasse la buonanotte di suo padre, che ad ogni modo le voleva bene.

    Ognuno compensa la vita come può,pensò, mentre osservava la barista pulire le vetrine con lo sgrassatore. Era bella, ma molto sciupata. Buttò tutto giù mestamente quello che per lei era un antico veleno, e il vento suggeriva di fare in fretta. Il chiosco stava per chiudere. Sara si divertì a sollevare la sabbia con la sua corsa terminale. Giunta in riva si accovacciò, e tirò fuori dal sacchetto un rasoio a batteria.
    Si tolse le scarpe e carezzò il mare per l'ultima volta, l'acqua era gelida. Gli disse addio portandoselo al viso, baciandolo... Chiese a quella smisurata distesa di darle forza e coraggio.

    Si fece grande dentro di sé, e accese la macchinetta. Il digrignare del metallo contro la pelle la terrorizzò, ma le diede anche la follia di proseguire. A poco a poco i suoi lunghissimi capelli danzarono nel vento, e una volta concluso, conservò soltanto una ciocca, la sua preferita,rendendola al mare che subito infatti la risucchiò via.

    Al ritorno, vista dalla riva, una ragazza scalza, molto più forte di quando era arrivata, con le sue scarpe in mano, un cappello da basket assicurato in testa, l'andatura di chi non regge affatto il bere, e nell'altra mano un sacchetto con dentro una scatola nuova. Il suo autobus era già arrivato.



    Martina Marongiu

  5. Sulle difficoltà di Editare.

    giovedì 15 maggio 2014

    Dice Giorgio Agamben in un interessantissimo intervento dal titolo Sulle difficoltà di leggere: 

    "Ma allora vorrei dare un consiglio agli editori e a coloro che si occupano di libri: smettetela di guardare alle infami, sí, infami classifiche dei libri piú venduti e – si presume – piú letti e provate a costruire invece nella vostra mente una classifica dei libri che esigono di essere letti. Solo un’editoria fondata su questa classifica mentale potrebbe far uscire il libro dalla crisi che – a quanto sento dire e ripetere – sta attraversando."

    Come dargli torto? 
    Che tristezza vedere, in cima alla classifica dei libri più venduti, il trionfo della banalità.
    Eppure quei libri vengono venduti, e se quei libri vengono venduti è perché qualcuno li ha comprati. Niente affatto scontato in un momento economico come quello attuale. 
    Perché magari si spendono ben volentieri 15 euro per il libro-spazzatura di cui si è vista la pubblicità alla tv, nei giornali, nei manifesti delle strade. Ma non se ne spende lo stesso tanto per il libro capolavoro, quello che ha davvero qualcosa in più.
    E questa è la dura lex, sed lex, del mercato dei libri. Niente illusioni. Ci sono libri di esordienti che valgono più di molti best seller. Ma rimangono là, negli scaffali delle librerie, a prendere polvere.

    Scaffali delle librerie? Quali?
    Ah, già, è vero: i libri degli esordienti, spesso, negli scaffali delle librerie neanche ci arrivano. Sono pochi, infatti, quei librai coraggiosi che si osano esporre volti sconosciuti e nomi non altisonanti. Che consigliano al lettore incerto una voce fuori dal coro. Sono pochi, è inutile nasconderlo. E spesso, quei pochi, sono anche quelli che non si lamentano, che continuano a testa bassa il proprio lavoro, con entusiasmo sempre rinnovato. Mentre gli altri si lamentano. Lamentarsi è lo sport nazionale - lo stiamo facendo anche noi, in questo momento -. E così ecco grandi librerie che raccontano la grande crisi, ma che poi non sanno prendere la vera scelta coraggiosa, quella che, come dice Agamben, "potrebbe far uscire il libro dalla crisi".

    Il discorso vale, allo stesso modo, per le case editrici. Dai, lo sappiamo bene tutti: se non sei un nome della politica, del calcio, dello spettacolo, etc., e sei al tuo primo libro, poche case editrici ti concederanno uno spazio. Oppure te lo concederanno, sì, ma a pagamento. E così ecco che si inficia la qualità sul mercato, ed è il solito cane che si morde la coda.

    E allora, Agamben, che si fa?
    Noi del Cenacolo abbiamo provato una via alternativa. Come noi, altre piccole case editrici indipendenti. La ricetta non è difficile: quando ci arrivano i manoscritti, non guardiamo il nome dell'autore. Non ci andiamo a informare su google per vedere cosa ha fatto nella vita. Non lo cerchiamo su facebook per sapere quanti sono gli amici che potrebbero acquistare il suo libro. Quando ci arriva un manoscritto, noi lo leggiamo. E se ci piace glielo pubblichiamo pure! Certo, la verità? Non è facile. Alle presentazioni non ci sono i fiumi di persone che ci sono alle presentazioni di Fabio Volo. I libri spesso rimangono ammucchiati negli scatoloni - no, nelle librerie non sempre ci arrivano. Vedi sopra - qualche mese. Qualche copia rimane invenduta. Altre invece vengono esaurite in fretta, non si può mai sapere, e non necessariamente dipende dalla qualità del libro in sé.
    Però ci piace così, perché crediamo nell'arte, nella letteratura. Crediamo che ci siano giovani talentuosi che meritano uno spazio. E proviamo a darglielo.

    Abbiamo fatto anche un'altra cosa, sai, caro Giorgio? Abbiamo pubblicato una collana di classici della letteratura italiana, a 2 euro. Eccolo il nostro metodo per combattere la crisi: abbiamo chiesto alla gente di partecipare nel processo letterario, di diventare mecenati. E l'hanno fatto. Così invece che il trionfo della banalità, noi abbiamo pubblicato Il trionfo della morte, di D'Annunzio. E Una vita, di Svevo. E Le avventure di Pinocchio, di Collodi. E altri titoli, da qui a pochi mesi, verranno pubblicati. 

    Insomma, caro Agamben, noi nel nostro piccolo ci stiamo provando. E non che sia semplice. A volte viene la tristezza, cadono le braccia a terra, viene voglia di mollare tutto. Però siamo qui, e resistiamo.

    E voi, cari lettori, ci date una mano?

    La redazione de Il Cenacolo di Ares

    ps: un ringraziamento particolare lo vogliamo fare. A quei lettori che ci seguono, che comprano i nostri libri anche se non hanno dietro lo stemmino Mondadori. 

    E a quei negozi, locali, studi, etc, che ci hanno voluto appoggiare nella collana di classici. Li ringraziamo uno per uno: lo studio ortodontico del dott. Rossano Farci, il CNGEI di Cagliari, l'odontoiatra infantile Paola De Martis, lo studio ortopedico del dott. Paolo Porcella, la farmacia Ferralasco, Fumettando, Bar Roma, l'Hotel Sabbie d'Oro, il Bar Betzabea, La Piadona, Dante Alighieri Gesellschaft di Norimberga, la pizzeria Piccola Capri, la Cooperativa Archeodata, la pizzeria Funiculì, Pizzamania, la copisteria Pergamena, il Caffè letterario Volta Pagina, lo studio EDILO, Mamopizza, Pani e Casu.

  6. Premetto sin da ora che quest'intervento vuole essere soprattutto provocatorio, ma si prefigge una riflessione su temi tabù di cui non è assolutamente possibile parlare. Salvo essere etichettato come fascisti e antidemocratici. 
    Bene, dato che più a sinistra di me c'è solo la parete, sono pronta a prendermi gli insulti qua sopra per avanzare dei dubbi sulla liceità del suffragio universale.
    (Lo so, l'ho sparata, ma adesso lasciatemi spiegare....)
    Di tanto in tanto, su facebook, mi capita di leggere post evidentemente falsi. E quando dico evidentemente, intendo proprio che sono sotto ogni evidenza una bufala, tanto che viene da ridere. Esempi? Ville con piscina e viaggi vacanza regalati ai rom, ministri - guardacaso - neri che vanno a servire alla Caritas con orologi che valgono più di un grattacielo di New York, e molti altri che il mio cervello in questo momento si rifiuta di riportare al livello conscio. Ripeto: leggendo queste notizie viene da ridere. Eppure no, non c'è nulla da ridere. Non c'è nulla da ridere perché qualcuno decide di condividerle spacciandole per "le notizie che il potere non vuole si diffondano". In questo modo, la cazzata spesso finalizzata al razzismo, infiocchettata di teorie complottistiche e rimbalzata da chi non si cura della veridicità di ciò che sta condividendo nel web, impazza nei socialnetwork, alimentando e catalizzando nella direzione sbagliata la giusta rabbia di oggi.
    E questo è il primo punto della riflessione.
    Il secondo è questo: http://www.wired.it/play/cultura/2014/04/11/nuovi-analfabeti-usano-facebook-ma-non-sanno-interpretare-la-realta/?utm_source=facebook.com&utm_medium=marketing&utm_campaign=wired. Un articolo interessante sull'analfabetismo oggi nel nostro Paese. Con dati preoccupantissimi. 
    E voi direte: ma cosa c'entra? Cosa c'entrano questi due punti col diritto di voto?
    C'entra.
    C'entra perché per guidare la macchina devo necessariamente aver superato l'esame di guida. Per aprire un ristorante devo avere il SAB. Per insegnare devo avere un'abilitazione. E per votare? è ovvio (no, non l'ho ribadito abbastanza, quindi lo ridico: è OVVIO) che non si possa neppure pensare di legare l'istruzione al diritto di voto (per lo meno non sinché l'istruzione non sarà totalmente gratuita, e anzi, come fanno in alcuni Paesi da questo punto di vista più avanti di noi, non si verrà addirittura stipendiati per studiare). Però sì che sarebbe necessario che tutti coloro che vanno a mettere la propria crocetta, che tanto influisce sulle nostre vite tutte, avessero per lo meno una vaga cognizione di ciò che stanno facendo (e, ripeto, ciò non è detto che abbia a che fare con l'istruzione). Proprio come garanzia di democraticità, in senso qualitativo, e non superficialmente quantitativo come accade. 
    Solo che il problema si pone subito dal punto di vista pratico: come fare per verificarlo? Non è possibile, salvo fare forse un esame di Educazione civica all'ingresso del seggio. Da escludere. E se l'esame si facesse alle superiori, per esempio? Come quarta materia obbligatoria per tutti? O se, ancora, si facesse all'uscita dalle medie, dato che non tutti si iscrivono alle superiori? Insomma, che si inserisca all'interno della preparazione di ogni cittadino di questo Stato un percorso che garantisca per lo meno di sapere cos'è una bicamerale! 
    E poi, certo - ma questo è un passo ancora ulteriore -, sarebbe bello che lo Stato si preoccupasse non solo di non formare analfabeti che sanno solo scrivere una X, ma anche di non creare analfabeti funzionali, che quando leggono un testo su facebook non si rendono neppure conto che è una bufala grande quanto un elefante! Chissà che il non bersi certe supercazzole del web non sia il primo passo per non bersi quelle elettorali e non ricascare più nel ventennio che abbiamo appena messo alle spalle.
    Ma questa è già utopia.
    Il dibattito è aperto. Avanti con gli insulti!

    Carola Ludita Farci

  7. Le parole sconosciute

    venerdì 28 febbraio 2014


    Era piccolo e non aveva mai guardato il cielo, non ci si riesce quando devi guardare per terra e devi stare attento alla polvere e tutta la vita che si muove intorno.
    Anche lei era piccola, ma il cielo lo guardava ogni notte. Avevano due tempi diversi che scorrevano al loro interno, ma è normale, dice il saggio, giacché un tempo uni-verso esiste soltanto per chi può permettersi l’eternità. E poi, lei, il cielo lo guardava qualche volta pure di giorno, quando la luna bianca se ne stava in rilievo sul cielo azzurro sopra il mare ed era giugno. Ché ancora non faceva troppo caldo e la cappa di umido bianco senza colore cancellava ogni cosa ad agosto.
    Sulla macchia mediterranea impolverata mosche mosconi e vespe e calabroni si posavano e andavano via, un po’ era silenzio, e un po’ si sentiva la risacca, lenta come se il tempo non servisse più. Lui era piccolo e guardava tra le foglie delle ginestre, dei cisti dorati dalla terra e dalla polvere, e tra rosmarini profumati e pungenti. C’erano ragni e babballottis, e con uno stecco di legno spostava tutta la terra là intorno, per fare casino, per vedere, per.
    Lei camminava e già capiva perché i colori stavano ciascuno al proprio posto, ma non sapeva dirlo, e sentiva l’odore di liquirizia dell’elicriso, anche se non poteva immaginare che si chiamasse così. Ne aveva però come l’intuizione, quando a guardarlo pensava alla luce del sole e tutto quanto. E perfino non poteva immaginare che il mondo sarebbe stato così diverso di lì a qualche anno, su un tavolo di una biblioteca, pagato con pochi soldi pubblici, quando avrebbe scoperto che non è che serva granché, sapere perché i colori se ne stanno ciascuno al proprio posto, perché sono gli occhi suoi belli che li dispongono, qua e là su quel mondo così matematicoscientifico, eppure di tutto quello non sapeva più che farsene.
    E però lei era piccola e già le guardava, le stelle. E lui era piccolo uguale, ma frugava sotto i cespugli e cercava un movimento, una buca, una biscia, qualcosa.
    La notte lei guardava il cielo e gli diceva che quando sarebbero stati alti, le stelle sarebbero state più luminose, sicuro, e anche la luna, forse. E allora sotto quelle stelle più luminose lui pensava che avrebbero potuto stare più vicini, da alti, ma non lo sapeva dire, ché quelle parole non competono a chi rovista sotto i cespugli, e allora gli rimase quel senso di stelle e parole sconosciute in gola, mentre lei parlava di luna e luce e cieli stellati.

    Carmine Frau