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  1. Il bisogno di crudeltà

    domenica 11 gennaio 2015


    Questo articolo non vuole concentrarsi esclusivamente sui fatti recentemente accaduti a Parigi, sottolineandone i dettagli macabri, enfatizzandone i contorni e alimentando nuovi dibattitti infiniti sull’islamofobia o su quanto la satira di Charlie Hebdo fosse eccessiva o comunista.
    Questo articolo vuole invece soffermarsi su una questione differente, una questione che riguarda tutti noi spettatori di scempi, di tragedie programmate e mai completamente inaspettate.
    Noi osservatori di un mondo violentato da una
    Questo articolo riguarda tutti noi che la sera guardiamo il telegiornale, e pensiamo che non abbiamo voglia di sorbirci altro dolore e sofferenza dopo 12 ore di lavoro senza pausa, e allora cambiamo canale, allontanando la nostra mente da tutte quelle immagini insanguinate che si susseguono come una diapositiva inceppata su una parete fredda e bianca (il nostro cervello).
    E a questo articolo voglio dare un titolo, un titolo che dichiara apertamente di cosa stiamo parlando, un titolo che più che un titolo rappresenta un monito chiaro ed inequivocabile.
    IL BISOGNO DI CRUDELTA’.
    Eccolo il titolo, ecco l’argomento.
    Perché sempre più spesso mi vien detto che la gente è stufa di ascoltare il telegiornale, o di leggere un quotidiano; la gente è stufa di pensare a fattacci di sangue e preferisce magari tapparsi occhi orecchie e bocca, e catapultarsi su qualche notizia del tutto priva di utilità per noi e per chiunque, una di quelle notizie vuote, fatte di niente, che coi sogni hanno ben poco a che fare.
    Perché anche dopo l’attentato contro Charlie Hebdo sento frasi del tipo: “Basta, non se ne può più di tutta questa violenza, le cose brutte succedono tutti i giorni, e non possiamo sopportarne altre”. E allora vien fuori che le persone hanno perso la capacità di distinguere tra INFORMAZIONE e ACCANIMENTO MEDIATICO, ossia il Bisogno di Crudeltà, quella necessità macabra di vedere sempre di più, di documentare qualsiasi evento tragico con tanto di foto e video disturbanti per qualsiasi adulto figuriamoci per dei minorenni; quel bisogno insano che da sempre è radicato nell’uomo di vedere il sangue che cola dalle vittime, le piaghe aperte dei feriti, le esplosioni in diretta con tanto di focus impensabili sui cadaveri abbandonati per strada, di assistere in diretta alle sparatorie, ai massacri, ai suicidi di massa di persone ingabbiate in torri di fuoco senza alcuna via di scampo se non la morte stessa.
    Sembra quasi che i confini tra informazione libera e accanimento morboso si siano a tal punto mescolati da non essere quasi più riconosciuti dai più, con la terribile conseguenza che ormai la maggiorparte delle persone preferisce evitare direttamente piuttosto che star lì a scegliere cosa sia informazione e cosa non lo sia affatto.
    E allora mi chiedo: fino a che punto ci siamo spinti? Questo bisogno di crudeltà gratuita, di spettacolo macabro a che conseguenze ci ha portati? Il confine esiste ancora o si è irrimediabilmente inquinato tanto da diventare irriconoscibile?
    Prendiamo come esempio pratico l’attentato alla rivista satirica francese Charlie Hebdo.
    Nell’arco di poche ore sui social network si è assistito ad un crescendo di video che mostravano in diretta la sparatoria contro il poliziotto ucciso per strada. Non si trattava più di discutere sull’accaduto, di diffondere la notizia del massacro, di informare sui fatti, di riflettere sulla situazione terrificante che si stava delineando, di piangere le vittime sacrificali di un’intolleranza sempre più profonda e oscurantista.




    No: si trattava di spettacolizzare l’accaduto, di mostrare la violenza, di appagare quel bisogno di crudeltà tanto potente quanto nascosto nell’animo di ogni essere umano.
    Perché in fondo non è una novità dei giorni nostri, ma anzi è qualcosa che è sempre esistito, pensiamo ai giochi dell’Impero Romano, ai gladiatori che si uccidevano tra loro dando spettacolo, pensiamo alla Corrida e alla sete di sangue del pubblico che ancora oggi assiste a questo orribile spettacolo sanguinario.
    E’ una fame di sangue che non morirà mai.
    E’ il nostro bisogno di catarsi a renderci dei guardoni morbosi e con la bava alla bocca innanzi allo scorrere del sangue di vittime innocenti che si battono per i propri ideali di libertà e uguaglianza.
    E se Antonin Artaud disse che il bisogno di crudeltà avrebbe dovuto salvare il Teatro dalla morte certa, risvegliandolo dal torpore nel quale Racine lo aveva condotto, io dico che l’Informazione deve riappropriarsi della sua identità e lasciare al Teatro il dovere di spettacolizzare per appagare la nostra perversione, la nostra fame.
    Perché l’accanimento mediatico poco a poco divorerà ogni rimasuglio di Informazione, trasformandosi in un enorme blob pronto ad inghiottire ogni nostro quesito.
    politica inutile e controproducente, che nulla ha ereditato dai grandi ideali politici e filosofici che dovrebbero stare alla base della vera ars politica, quella con la P maiuscola, quella che predicavano i grandi pensatori greci, quella impregnata di ideali rispettabili, di eloquenza satura di senso, e non di parole a vanvera tra un brindisi e l’altro il giorno di Capodanno.

    Giulia Massa
    (Quest'articolo è già uscito per la rivista online Strada126)

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