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  1. 1) Nome. Gianluca.

    2) Nome di battaglia (o sopranome, o nomignolo, o quello che vuoi). Non ne ho nessuno, forse Eih Tu?
    3) Di cosa ti occupi nella vita?
    Faccio l'artista ed arrotondo lavorando come designer. Full time, nine to five, Mon to Fri. qualche volta anche nei weekend
    4) Il tuo tempo libero: raccontacelo. La mattina in viaggio verso l'ufficio , in metropolitana, leggo. Leggo tantissimo, libri di tutti I generi e molti fumetti e graphic novels, una volta al mese il National Geographic (questo pero' lo leggo in bagno quando faccio quella grossa). Seguo una classe di yoga e una di disegno dal vero una volta a settimna. Qualche volta, la sera, gioco ai videogames o guardo la serie televisiva di turno. Restauro, costruisco e distruggo cose. Sono appassionato di macchine fotografiche istantanee, di giocattoli antichi (e non) e bevo caffe' come se non ci fosse un domani.
    5) Adesso parliamo di Splash: iniziando dal titolo. Come e perché? Volevo illustrare una storia senza doverla descrivere a parole. Ho sempre in mente quest'idea: Il senso del poetico e' li dove colmiamo il non-detto. Percio' un nome al libro non lo volevo proprio dare, ho scelto un'omatopea, il suono del bambino che salta nelle pozzanghere. L'opzione che mi sembrava la piu' adeguata tra il detto e il non detto... ha senso?
    6) Perché un libro per bambini? Perche' no?
    7) Descrivici Splash con un’immagine. Buio. Centra centra... pensaci.
    Buio.
    8) Quando penso ad uno scrittore per bambini, penso ad un padre di famiglia. È il tuo caso? Hai figli? Ne vorresti avere? Oddio, che ansia, ci conosciamo da cosi' poco... Neache' un caffe' o una cena insieme... Occhei, serio, penso di essere abbastanza paterno ma no, non penso ai figli ora. Penso seriamente ad un pesce rosso, magari ad un gatto e se la vita un giorno mi regalera' un giardino voglio un cane. Loro comunque non leggono molto ed e' un po' una perita di tempo illustrare libri per loro.
    9) Ma quanti anni hai? Ho 28 anni portati malissimo, alla zuava.
    10) Progetti futuri? Molta piu' arte, libri illustrati, fumetti bei pensieri e stupende oppurtunita'. Meno lavoro per arrotondare, full time, nine to five, Mon to Fri. qualche volta anche nei weekend.
    grazie delle domande interessanti

  2. Tutta la voce che resta

    venerdì 10 gennaio 2014

    Arriva un momento nella vita di ogni sardo in cui rimanere in Sardegna, abitare in un’isola, si pone come una sfida, come “la” sfida. Partire fuori? Restare qua? Eppure, sino a quell’istante, il mare non ci era mai sembrato talmente gigante, e il largo così distante, e la terra così pesante. Sta scritto nel nostro cuore: un giorno arriverai al molo, e proprio in quel limite tu sceglierai tutta la tua storia. E non solo la tua, ma determinerai anche la bisettrice della vita di chi ti vuole bene, perché quando un sardo parte è come un filo tirato via da un caldo e morbido maglione invernale. Da una parte scorre libero il nodo, dall’altra resiste, e quel penzolare che ne deriva è tutto quello che hai costruito, tutto quello che stai diventando. E ogni sardo sa che quella scelta esiste, per quanto si possa fare di tutto per rimandarla e ignorarla, lei passa più e più volte davanti alla nostra porta. Spesso lascia soltanto dei seccanti depliant nella nostra cassetta delle lettere; altre volte invece bussa proprio,con saggia insistenza, ci chiede di entrare… Noi la facciamo accomodare,mettiamo su un caffè forte e inevitabilmente stiamo a sentire la sua televendita. Con gentilezza, una volta riposta la transigenza, le porgiamo la mano e la riaccompagniamo alla porta. Altre volte a bussare invece sono degli amici, parenti, o conoscenti: quei sardi che, una volta giunti al molo, hanno chiuso gli occhi e si sono tuffati, senza poter riuscire più a distinguere il sale dalle lacrime. Sono persone incredibili, ed è un piacere tagliente stare vicino alla loro pelle così mutata dall’altrove. Ancora più sardi forse,anzi. Radicati nel loro tornare, nel loro capovolgere quel molo di ferie in ferie. E noi altri, ce ne stiamo su questo scoglio bellissimo, che ci nutre di sogni enormi sin da bimbi, con le estati che assomigliano ai paradisi dei pittori, agli sguardi disperati dei poeti. Ci sentiamo persi se per caso,frugando l’orizzonte, non troviamo subito quel blu che ci taglia il respiro a metà. No, non è una scelta facile. Ma è il dono che questa madre ci offre, il suo granito ruvido tra tanta carezza. Noi residui, coi nostri infiniti amori distanti, che impariamo ad addomesticare le ambizioni, e ci facciamo raccontare altri mondi che non osiamo acchiappare. Come conchiglie violentate dalla nostra stessa risacca. Anche restare è un gioco amaro, e ci sono giorni in cui sembra di non vincere proprio nulla. Ma poi il molo c’è ancora, è sempre lì, e la scelta non invecchia mai, muore con noi,dentro di noi che rimaniamo isola nell’isola, fragili ottusi gusci d’uomo.

    [foto di Paolo Nespoli]


    Martina Marongiu


  3. Manifesto del Cenacolo di Ares

    sabato 4 gennaio 2014

    Viviamo in una società liquida.
    La nostra società viene definita Postmoderna, a significare un vero e proprio passaggio di epoca. I più grandi pensatori contemporanei sono ormai profondamente coscienti che l’era iniziata nel 1492 sia ormai al capolinea. Da Baumann a Gorz, da Vattimo a Galimberti, pare chiaro che, a prescindere dalle analisi particolari, una stagione più complessa, articolata, multifunzionale ha preso vita.
    Siamo nell’era del dopo, ma ancora non riusciamo a definire il nostro presente come tale, se non in riferimento ad un superamento del passato, ad una diversità da esso.
    Siamo postmoderni, postdemocratici, postclassici. L’analisi del mondo, la classificazione di esso, il darwinismo spinto, ci ha condotto a fissare un momento, dove tutto è in funzione di ciò che è stato e non è più.
    E’ la società della negazione, un nuovo medioevo oscurantista, dove il lume della ragione e del metodo scientifico ha talmente illuminato, da accecare lo spirito umano lasciandolo in balia del controllo della tecnica, del perché coatto. Dove l’arte non è più fatto ma semplice copertina dei fatti, scambiabile e interscambiabile a piacimento.
    La società tutta, ma non solo, persino le nostre categorie gnoseologiche che individuano e conoscono il mondo, la terra, la natura, hanno perso ogni punto di riferimento fondante, e hanno assunto la caratteristica di fiumi in piena, di onde instabili, di fontane ove ogni singola goccia arriva e se ne va alla velocità di un secondo.
    In questo l’artista ha scelto sempre più la strada ovvia, meschina, vile, della solitudine interiore ed esteriore, assecondando il fenomeno più generale dell’individualizzazione.
    Un fenomeno in cui ognuno di noi si trova sempre più solo con sempre più nozioni a disposizioni. Come se fosse nel deserto, senza alcun modo di orientarsi, ma con centinaia di guide turistiche a tracollo, inutile e sfarzoso peso.
    In questo modo ogni sforzo di cambiamento e stimolo, ogni genio innovativo, stimolato e stimolante, viene disperso nel gorgo del di tutto un po’, come se si combattesse una guerra non schierati in truppe, ma singolarmente, uno alla volta.

    Possiamo essere anche milioni, ma verremo uccisi e con noi morirà l’arte e la sua funzione primaria di pedagogia della bellezza.
    Al giorno d'oggi la gente pensa che prendere in mano una penna, un pennello, una matita, una chitarra, una macchina fotografica e conoscere una tecnica sia di per sè produrre arte. Ma la tecnica non da' mai senso alle cose che produce. E' un perchè delle cose, ma non il suo senso. Il senso e non la tecnica è ciò che produce arte e le persone a cui appartiene un senso, sono davvero poche.

    Nel contesto che ho descritto nasce questo manifesto.
    Noi siamo un cenacolo di artisti, letterati, fotografi, musicisti che si uniscono nella resistenza, per la difesa dell’immortalità dell’anima della bellezza.
    Noi combattiamo il tentativo di rendere l’arte mortale perpetrato attraverso il congelamento in tecnica della fonte della bellezza e della creatività.
    Noi combattiamo la società della felicità permanente, dove nessuno può non essere felice, ma tutti sono tristi.
    Noi combattiamo per la difesa del valore del dolore, perché nelle mani insanguinate si trova il segno del lavoro, di chi scava la terra sporcandosi di fango, alla ricerca di tesori profondi.
    Noi combattiamo per la difesa del contrasto e del paradosso, convinti che nella contraddizione dell’essere si trovi il canale che conduce alla verità.
    Noi siamo iperrealisti delle possibilità. Il realismo del secolo scorso e del dopoguerra si basavano sull’indagine delle strutture sociali. Oggi quelle strutture sono liquide e mutano velocemente. Tutto è possibile e contemporaneo. Noi siamo realisti del multiverso per questo. Non indaghiamo le strutture, ma le loro possibilità più estreme, mettendo in risalto tutta la pericolosità, i rischi, i danni, della liquidità.
    Noi siamo amanti della guerra dei sensi, intesa come ferma autenticità davanti al trasformarsi delle cose, che si scontrano modellandosi e modellandoci in modo naturale e dialettico, in modo violento e dolce, come una falesia esposta al mare, fondendosi senza mai confondersi.
    Noi siamo per il sovvertimento dell’ordine, per la liberazione del genio, aggiogato oggi alla tecnica, per la restaurazione del dominio del genio sulla tecnica.
    Noi combattiamo ogni classicismo decontestualizzato, siamo in estremo contatto con la realtà, le nostre forme sono mobili, le nostre radici salde, siamo tamerici che assecondano il vento senza mai cedervi.
    Noi siamo il cenacolo di Ares e in modo complesso, siamo artisti della semplicità.