Arriva un momento nella vita di ogni sardo in cui rimanere in Sardegna, abitare in un’isola, si pone come una sfida, come “la” sfida. Partire fuori? Restare qua? Eppure, sino a quell’istante, il mare non ci era mai sembrato talmente gigante, e il largo così distante, e la terra così pesante. Sta scritto nel nostro cuore: un giorno arriverai al molo, e proprio in quel limite tu sceglierai tutta la tua storia. E non solo la tua, ma determinerai anche la bisettrice della vita di chi ti vuole bene, perché quando un sardo parte è come un filo tirato via da un caldo e morbido maglione invernale. Da una parte scorre libero il nodo, dall’altra resiste, e quel penzolare che ne deriva è tutto quello che hai costruito, tutto quello che stai diventando. E ogni sardo sa che quella scelta esiste, per quanto si possa fare di tutto per rimandarla e ignorarla, lei passa più e più volte davanti alla nostra porta. Spesso lascia soltanto dei seccanti depliant nella nostra cassetta delle lettere; altre volte invece bussa proprio,con saggia insistenza, ci chiede di entrare… Noi la facciamo accomodare,mettiamo su un caffè forte e inevitabilmente stiamo a sentire la sua televendita. Con gentilezza, una volta riposta la transigenza, le porgiamo la mano e la riaccompagniamo alla porta. Altre volte a bussare invece sono degli amici, parenti, o conoscenti: quei sardi che, una volta giunti al molo, hanno chiuso gli occhi e si sono tuffati, senza poter riuscire più a distinguere il sale dalle lacrime. Sono persone incredibili, ed è un piacere tagliente stare vicino alla loro pelle così mutata dall’altrove. Ancora più sardi forse,anzi. Radicati nel loro tornare, nel loro capovolgere quel molo di ferie in ferie. E noi altri, ce ne stiamo su questo scoglio bellissimo, che ci nutre di sogni enormi sin da bimbi, con le estati che assomigliano ai paradisi dei pittori, agli sguardi disperati dei poeti. Ci sentiamo persi se per caso,frugando l’orizzonte, non troviamo subito quel blu che ci taglia il respiro a metà. No, non è una scelta facile. Ma è il dono che questa madre ci offre, il suo granito ruvido tra tanta carezza. Noi residui, coi nostri infiniti amori distanti, che impariamo ad addomesticare le ambizioni, e ci facciamo raccontare altri mondi che non osiamo acchiappare. Come conchiglie violentate dalla nostra stessa risacca. Anche restare è un gioco amaro, e ci sono giorni in cui sembra di non vincere proprio nulla. Ma poi il molo c’è ancora, è sempre lì, e la scelta non invecchia mai, muore con noi,dentro di noi che rimaniamo isola nell’isola, fragili ottusi gusci d’uomo.
[foto di Paolo Nespoli]
Martina Marongiu


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