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Le parole sconosciute
venerdì 28 febbraio 2014
Era piccolo e non aveva mai guardato il cielo, non ci si riesce quando devi guardare per terra e devi stare attento alla polvere e tutta la vita che si muove intorno.
Anche lei era piccola, ma il cielo lo guardava ogni notte. Avevano due tempi diversi che scorrevano al loro interno, ma è normale, dice il saggio, giacché un tempo uni-verso esiste soltanto per chi può permettersi l’eternità. E poi, lei, il cielo lo guardava qualche volta pure di giorno, quando la luna bianca se ne stava in rilievo sul cielo azzurro sopra il mare ed era giugno. Ché ancora non faceva troppo caldo e la cappa di umido bianco senza colore cancellava ogni cosa ad agosto.
Sulla macchia mediterranea impolverata mosche mosconi e vespe e calabroni si posavano e andavano via, un po’ era silenzio, e un po’ si sentiva la risacca, lenta come se il tempo non servisse più. Lui era piccolo e guardava tra le foglie delle ginestre, dei cisti dorati dalla terra e dalla polvere, e tra rosmarini profumati e pungenti. C’erano ragni e babballottis, e con uno stecco di legno spostava tutta la terra là intorno, per fare casino, per vedere, per.
Lei camminava e già capiva perché i colori stavano ciascuno al proprio posto, ma non sapeva dirlo, e sentiva l’odore di liquirizia dell’elicriso, anche se non poteva immaginare che si chiamasse così. Ne aveva però come l’intuizione, quando a guardarlo pensava alla luce del sole e tutto quanto. E perfino non poteva immaginare che il mondo sarebbe stato così diverso di lì a qualche anno, su un tavolo di una biblioteca, pagato con pochi soldi pubblici, quando avrebbe scoperto che non è che serva granché, sapere perché i colori se ne stanno ciascuno al proprio posto, perché sono gli occhi suoi belli che li dispongono, qua e là su quel mondo così matematicoscientifico, eppure di tutto quello non sapeva più che farsene.
E però lei era piccola e già le guardava, le stelle. E lui era piccolo uguale, ma frugava sotto i cespugli e cercava un movimento, una buca, una biscia, qualcosa.
La notte lei guardava il cielo e gli diceva che quando sarebbero stati alti, le stelle sarebbero state più luminose, sicuro, e anche la luna, forse. E allora sotto quelle stelle più luminose lui pensava che avrebbero potuto stare più vicini, da alti, ma non lo sapeva dire, ché quelle parole non competono a chi rovista sotto i cespugli, e allora gli rimase quel senso di stelle e parole sconosciute in gola, mentre lei parlava di luna e luce e cieli stellati.
Carmine FrauPubblicato da Cenacolo di Ares alle 02:45 | Etichette: autore cenacolo di ares, libri, racconto, stelle | Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su X Condividi su Facebook |


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