Percorsi molta altra strada senza fermarmi. Sentivo gli arti cedere al peso della fatica, ma non potevo più camminare a ritroso. Le parole conclusive di Carlos facevano ancora eco dentro la testa, conferendo alla mia andatura un incedere confuso. La guerra era oramai lontana, neppure mi sfiorava - così pensavo - ma dovetti subito ricredermi. Avvertii un prurito lungo il braccio destro e, pensando si trattasse di un insetto, schiaffeggiai la pelle con l’altra mano. Percepii una consistenza inaspettata, che non mi parve affatto sudore. Portai le dita davanti agli occhi, vidi che erano tinte di rosso. Qualche tempo prima ero stato colpito ad una spalla, e la ferita aveva ripreso a sanguinare. Urlai per la disperazione, certo che nessuno avrebbe potuto sentirmi. Persi tutto il fiato che avevo in corpo, e infine, disperato, svenni.
Quando riaprii gli occhi mi trovai nel cuore di una grotta. Non potevo esserci arrivato da solo. Pensai d’esser stato fatto prigioniero. Provai a sollevare il capo e mi sentii come intrappolato.
-Bravo, Guerriero, rimani giù, fermo immobile... Abbiamo quasi finito.
Una donna. La voce era di una donna. Come aveva potuto lei sola trascinarmi fin lì? Toccai la ferita per controllarne lo stato e mi accorsi che era fasciata con una lunga ciocca di capelli, neri come un teatro senza attori in scena. Lei stava alle mie spalle, la sua presenza mi rassicurava. Sciolse la chioma liberando il mio omero, delicata e attenta come neppure io stesso avrei saputo essere nei riguardi del mio corpo. Si accovacciò accanto a me e afferrò dolcemente la mia mano. Pronunciò delle sillabe incomprensibili, tenendomi stretto. Si mise a cantare, pareva s’ingraziasse la terra sopra la quale poggiava il grembo. Un riverbero improvviso rivelò i lineamenti del suo volto. Nonostante vivesse in quell’antro, la sua pelle era insolitamente olivastra e l’iride le brillava come una grossa goccia d’ambra. La sua voce fluì sottile come trame di miele, giungendo indisturbata fino alle profondità del mio respiro, rianimandolo completamente. Tossii, e poi rimasi per qualche istante con gli occhi socchiusi, solo sentendo il palmo della sua mano fondersi al mio, e fui investito da un’energia che mai avrei attribuito a un essere umano. Sembrava un elemento della natura incarnato in sembianze femminili. La sua apparenza traeva in inganno: percepivo la fanciulla che era in lei, ma anche la donna millenaria che mi aveva salvato da fine certa. Rispettai il suo silenzio, e sollevando di poco il busto feci perno sulle braccia. La spalla aveva smesso di fare male. Tutt’attorno vigeva un’oscurità tenue, riuscivo a distinguere la presenza delle cose ma non la loro intera estensione. Mi sdraiai un'altra volta, frastornato da ogni nuova percezione.
-Ringrazia il tuo corpo, Guerriero. Ha fatto un ottimo lavoro.
-Veramente non so di cosa tu stia parlando… Ad ogni modo il mio nome è Khalil, e se una cosa è certa, è che io non sono più un guerriero.
Era la prima volta che pronunciavo una simile frase. Possibile che fosse bastato così poco, a farmi rinnegare un’intera vita? Era davvero così fragile la materia del mio recente passato?
-La tua mano mi parla di una battaglia appena trascorsa. Pertanto, lo spirito sarà già lontano e altrove, ma la tua indole racconta ancora della lotta per la sopravvivenza, Khalil. Non essere troppo duro con te stesso. Sei quello che sei, e guerriero o no, hai rischiato la vita. Ma poi, cosa ti ha portato a cambiare la tua attitudine?
-Tu non sai quello che dici, strana donna. La mia storia neppure la conosci… Parli a sproposito di cose che non...
-Puoi chiamarmi per nome, io sono Lupa. E non serve conoscere, per riuscire a vedere. Ora permettimi di farti bere un infuso per riprendere le forze, e poi sarai libero di andare.
Detto questo sparì nuovamente alle mie spalle. Mi parve di aver appena perso un’occasione preziosa per tacere, ma non potevo accettare che una sconosciuta mi stesse dando del vile: in cuor mio sapevo di non essere un codardo.
Martina Marongiu

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