“Parola: complesso di
suoni articolati che esprime un significato”
In questa
lineare definizione da dizionario – casa di tutte le parole di una lingua – è
compressa la cifra che distingue l’umanità dal resto del creato, ossia la madre
di tutte le differenze: l’uomo è quell’UNICO essere in grado di esprimersi e di
significare attraverso un complesso di suoni articolati. Certo, anche gli altri
animali, e persino – così pare secondo alcuni recenti studi – i vegetali hanno
il loro modo specifico di comunicare, cosa che per noi, malati cronici di
antropocentrismo, potrebbe risultare persino difficile da credere. Ma c’è di
più. C’è molto di più. La parola non è soltanto mero strumento di comunicazione
colloquiale e quotidiana attraverso il quale ci relazioniamo coi nostri simili,
ma è anche e sostanzialmente ciò che maggiormente risponde al fabbisogno
esistenziale di ogni individuo. Le parole costruiscono mondi, scatenano guerre,
generano realtà; basti pensare alle promesse, ai giuramenti, ai matrimoni… Un
semplice “sì” può cambiare lo stato civile di una persona, legandola ad
un’altra finché morte non le separi! E questo è niente, se ci si sofferma poi a
pensare che tutto ciò che esiste è per noi intellegibile,
appunto, grazie alle strutture generate aprioristicamente dal linguaggio,
strettamente connesso ai nostri processi cognitivi. Detto in soldoni: provate a
immaginare un mondo anonimo, afono e sordo… Non è minimamente concepibile!
Tutta la nostra esperienza passa attraverso questo meraviglioso filtro che
abbiamo in dotazione, e che è la parola.
Non siete
convinti a sufficienza? Pensate sia un po’ esagerato? Proviamo allora ad aprire
una breve parentesi sul pensiero di Heidegger: lui sì che ha chiarito una volta
per tutte questo concetto, e sarebbe oltremodo delinquente tentare di
rielaborarlo rischiando alterandone il calibro:
“Dove non c’è il linguaggio non c’è
alcun aprimento dell’ente […]. Il linguaggio, nominando l’ente, per la prima
volta lo fa accadere alla parola e all’apparire.”
M. Heidegger, Sentieri interrotti,
trad. it. di P. Chiodi, Firenze 1968, p.57
Secondo il filosofo di Essere e tempo il linguaggio è
nientemeno che «la casa dell’essere» e circoscrive la nostra esperienza
situandola storicamente. Ma a quale linguaggio ci stiamo riferendo? Certo non
alle chiacchiere da fila alla banca, per esempio, bensì ad un linguaggio
speciale, definito addirittura come “essenza di tutte le arti”, in grado di
aprire e fondare orizzonti: stiamo parlando chiaramente della poesia.
Viviamo irrimediabilmente immersi
nell’era dei tag, delle password, delle semplificazioni
linguistiche al limite dello stupro verbale… Ci vergogniamo più di pronunciare
un arcaismo colto e letterario che un neologismo eruttato dagli slang del
post-moderno, dimenticando che le parole sono anche in grado di spezzare
l’omologazione e di definire chi realmente siamo. Come non citare il buon
Moretti, che con il suo iconico “Ma come
parla, come parlaaa! Le parole sono importanti!” ha espresso attraverso un
altro linguaggio dell’arte – il quale però senza la parola difficilmente
avrebbe un senso – tutto il fastidio e l’insofferenza per la scelta sciatta e
pressapochista dei termini di conversazione… Quante possibilità abbiamo di
esprimere la stessa cosa in mila modi diversi? E quanto siamo pigri, il più
delle volte, nel tentare di comunicare il nostro pensiero senza donargli
sfumature, senza mettergli mai un bel paio di scarpe col tacco, una scollatura
vedo non vedo, un’aderenza provocatoria e irriverente… Di quanto gioco ci
priviamo? Però… serve coraggio, e non è detto sia per tutti.
Impegniamoci, azzardiamo… E
soprattutto, ricordiamoci di lasciare aperto un po’ di spazio alla bellezza del
parlato, o quantomeno dello scritto. Anche questo è un buon modo per fare politica,
per indurre resilienza.
E se proprio non abbiamo nulla da
dire, forse è quello un buon momento per tacere e aprire un bel libro.
Le parole non ci appartengono, ci sfilano di bocca come “belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere”. Però possiamo ritrovarle tutte le volte
che lo vogliamo, oppure… saranno semplicemente loro a venirci a cercare.
E lo faranno, lo faranno.
Statene certi.
Belle parole e tanta poesia a tutti.
Martina Marongiu

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