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  1. Parole parole parole, soltanto parole?

    giovedì 5 dicembre 2013


    “Parola: complesso di suoni articolati che esprime un significato”

    In questa lineare definizione da dizionario – casa di tutte le parole di una lingua – è compressa la cifra che distingue l’umanità dal resto del creato, ossia la madre di tutte le differenze: l’uomo è quell’UNICO essere in grado di esprimersi e di significare attraverso un complesso di suoni articolati. Certo, anche gli altri animali, e persino – così pare secondo alcuni recenti studi – i vegetali hanno il loro modo specifico di comunicare, cosa che per noi, malati cronici di antropocentrismo, potrebbe risultare persino difficile da credere. Ma c’è di più. C’è molto di più. La parola non è soltanto mero strumento di comunicazione colloquiale e quotidiana attraverso il quale ci relazioniamo coi nostri simili, ma è anche e sostanzialmente ciò che maggiormente risponde al fabbisogno esistenziale di ogni individuo. Le parole costruiscono mondi, scatenano guerre, generano realtà; basti pensare alle promesse, ai giuramenti, ai matrimoni… Un semplice “sì” può cambiare lo stato civile di una persona, legandola ad un’altra finché morte non le separi! E questo è niente, se ci si sofferma poi a pensare che tutto ciò che esiste è per noi intellegibile, appunto, grazie alle strutture generate aprioristicamente dal linguaggio, strettamente connesso ai nostri processi cognitivi. Detto in soldoni: provate a immaginare un mondo anonimo, afono e sordo… Non è minimamente concepibile! Tutta la nostra esperienza passa attraverso questo meraviglioso filtro che abbiamo in dotazione, e che è la parola.
    Non siete convinti a sufficienza? Pensate sia un po’ esagerato? Proviamo allora ad aprire una breve parentesi sul pensiero di Heidegger: lui sì che ha chiarito una volta per tutte questo concetto, e sarebbe oltremodo delinquente tentare di rielaborarlo rischiando alterandone il calibro:

    “Dove non c’è il linguaggio non c’è alcun aprimento dell’ente […]. Il linguaggio, nominando l’ente, per la prima volta lo fa accadere alla parola e all’apparire.”
    M. Heidegger, Sentieri interrotti, trad. it. di P. Chiodi, Firenze 1968, p.57

    Secondo il filosofo di Essere e tempo il linguaggio è nientemeno che «la casa dell’essere» e circoscrive la nostra esperienza situandola storicamente. Ma a quale linguaggio ci stiamo riferendo? Certo non alle chiacchiere da fila alla banca, per esempio, bensì ad un linguaggio speciale, definito addirittura come “essenza di tutte le arti”, in grado di aprire e fondare orizzonti: stiamo parlando chiaramente della poesia.

    Viviamo irrimediabilmente immersi nell’era dei tag, delle password, delle semplificazioni linguistiche al limite dello stupro verbale… Ci vergogniamo più di pronunciare un arcaismo colto e letterario che un neologismo eruttato dagli slang del post-moderno, dimenticando che le parole sono anche in grado di spezzare l’omologazione e di definire chi realmente siamo. Come non citare il buon Moretti, che con il suo iconico “Ma come parla, come parlaaa! Le parole sono importanti!” ha espresso attraverso un altro linguaggio dell’arte – il quale però senza la parola difficilmente avrebbe un senso – tutto il fastidio e l’insofferenza per la scelta sciatta e pressapochista dei termini di conversazione… Quante possibilità abbiamo di esprimere la stessa cosa in mila modi diversi? E quanto siamo pigri, il più delle volte, nel tentare di comunicare il nostro pensiero senza donargli sfumature, senza mettergli mai un bel paio di scarpe col tacco, una scollatura vedo non vedo, un’aderenza provocatoria e irriverente… Di quanto gioco ci priviamo? Però… serve coraggio, e non è detto sia per tutti.

    Impegniamoci, azzardiamo… E soprattutto, ricordiamoci di lasciare aperto un po’ di spazio alla bellezza del parlato, o quantomeno dello scritto. Anche questo è un buon modo per fare politica, per indurre resilienza.

    E se proprio non abbiamo nulla da dire, forse è quello un buon momento per tacere e aprire un bel libro.

    Le parole non ci appartengono, ci sfilano di bocca come “belle passanti che non siamo riusciti a trattenere”. Però possiamo ritrovarle tutte le volte che lo vogliamo, oppure… saranno semplicemente loro a venirci a cercare.
    E lo faranno, lo faranno.
    Statene certi.

    Belle parole e tanta poesia a tutti.

    Martina Marongiu



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