Quando arriva il momento dell’inverno in cui dicembre si
posa sulle strade, alla sera, ai miei occhi ha le fattezze del cono di luce
gialla dei lampioni. La voce è senz’altro quella delle automobili che passano
sull’asfalto umidiccio di freddo e che vibra un poco alla luce della luna,
mentre dalle casse di qualche impianto stereo viene fuori l’ultima hit di
xfactor.
Dicembre per certi versi è tutto un fatto di luminarie della
Rinascente, e speriamo siano led, almeno i comuni risparmiano, e di profumo di
formaggio e vino nei gazebo dei mercatini, di saponette a chilometri zero di Ussaramanna,
e proloco e festival e.
Per la strada dei negozi senti l’aria condizionata venire fuori da ogni ingresso, il poderoso
braccio caldo d’aria vorrebbe acchiapparti e trascinarti dentro col portafogli
pronto a comprare l’ultimo profumo con Scarlett Johansson e io penso alle
strategie del marketing e tutta quella roba, e poi a quanto è bella Scarlett
Johansson. Le musiche, dio mio pure quelle, segmentate appositamente per ciascuno
di noi a seconda della merce che cercano di venderci. La magia del Natale.
E pure le librerie sono fatte così. Ti seducono con il cd di
Einaudi o con la sala da tè perché sanno che tu, animale da libreria, vai matto
per i dettagli, e tutte queste sciocchezze.
La prima volta che feci visita a una di queste librerie
della grande distribuzione, da poco trasferito in città da Vattelappesca,
Wyoming, entrai proprio per sentire quella che poi scoprii essere I Giorni, del
nostro. La mia aspettativa del Natale da novello poser intellettuale prevedeva
film in bianco e nero, un divano comodo e un collo profumato su cui poi
addormentarmi e, appunto, per sottofondo musica per pianoforte. Mi domandai,
ascoltandola, quali mani incredibili hanno suonato questo pezzo?, ricordo che
entrai solo per chiederlo alla cassiera, la quale mi diede un bigliettino con
su scritto opera e autore. Passai qualche minuto a scorrere i titoli dei volumi
negli scaffali, non ricordo più quali titoli né quali scaffali. E anche se non
comprai nessun libro, ché ci avevo quelli comprati con repubblica a cinque euro
da finire, ormai ero stato agganciato.
E comunque, è una specie di reazione condizionata collettiva,
quella dello shopping natalizio, e la vedi, se ti metti nel punto più alto di
via Garibaldi, e guardi giù. Un precipizio pieno zeppo di teste avvolte nelle
sciarpe, e cappotti e smartphones che fotografano e whatsappano, e uomini che
telefonano, e donne che telefonano e viceversa eccetera. Vanno tutti avanti o
indietro e quando qualcuno si stacca dal trenino per entrare in un negozio,
come per una legge universale di conservazione della folla, da un altro negozio
esce il suo sostituto e si scioglie dentro la marea. E tu pensi in quale mare
sfocerà o dove se ne andranno tutti d’estate, quando il laghetto di Central
Park sarà pieno di anatre.
Non che sia un male, questo fatto dei regali natalizi eccetera, figurati se
vengo a fare la morale a qualcuno. Anzi, a me piace pure. Quando ero un
ragazzino piccolo piccolo, tipo in prima media, o poco prima, infilato alla
meglio dentro il mio giubbotto roces, troppo largo per le mie piccolissime
spalle, andai, e forse era la prima volta nella mia vita, a comprare un regalo
di Natale per la donna della mia vita, la mia Rosa Pinelli. Ovviamente non si
chiamava così, ma non importa.
Il mio compare aveva deciso di regalare una saliera di ceramica
alla sua. Aveva la forma di un orsacchiotto, niente male, ma alla fine stabilimmo
che lei avrebbe potuto non capire il gesto. Insomma comprammo quei piccoli
peluches che andavano di moda, i trudini, e costavano anche poco, allora che
l’unione europea doveva ancora unirsi, intendo quella monetaria, e tutta quella
solfa là.
L’appuntamento per scambiarceli tutti insieme era fissato
all’uscita dalla messa della vigilia, tanto ci dovevamo andare comunque. Mia
madre mi aveva stirato una bella camicia bianca con un ricamo giallo, un
cardigan e i pantaloni eleganti di fustagno. Alla televisione c’era un film di
Natale con Dan Aykroyd, e in mezzo ai due tempi c’erano un milione di
pubblicità per i ritardatari dei regali, spot che preannunciavano dei
meravigliosi anni duemila, e in casa era un tripudio di luci intermittenti
colorate, e cascate elettriche per presepi made in China. Dopo la visita ai
nonni, andammo in chiesa. Qualche petardo esplodeva in largo anticipo, alla
vigilia di Natale, e mi chiedevo chi fosse lo stolto che non rispettava la
prassi giusta: regali a natale e petardi a capodanno. Indossavo il montgomery e
nella tasca destra tenevo il pacchettino rosso, piccolo quanto il mio pugno. Lo
tenevo stretto per tutta la messa, guardavo le pareti immense e bianche della
chiesa, esploravo i disegni delle infiltrazioni di umidità nell’intonaco
immaginando il momento in cui avrei dovuto regalarglielo, quell’animaletto. Le
parole giuste, ciao buon Natale!, se darle un bacio sulla guancia destra o su
quella sinistra, e metti che sbagliamo e ci baciamo. Intanto tenevo la mano
nella tasca del montgomery e se fosse esistito lo smartphone ci avrei tenuto
probabilmente quello, nella mano, per controllare di nascosto il suo profilo o
whatsapp, ma allora non c’era, perciò tenevo quel dono peloso impacchettato. La
carta aveva cominciato a perdere il colore in alcuni punti, e si era anche
sgualcita, perché le mie mani sudavano un po’, soprattutto quando pensavo alla
mia Rosa Pinelli e chi sa che cosa sarebbe successo un’ora dopo.
Comunque, alla fine della messa ci scambiammo tutti gli
auguri di Natale, ciao buon Natale, sorrisi e tutto quanto e io tenevo la mano
nella tasca aspettando il momento giusto.
Poi quando tutto fu finito tornammo a casa a piedi, i miei
erano già rientrati e faceva un freddo terribile, e niente, io tornai a casa
con le mani in tasca, la sinistra a scaldarsi e la destra a stringere quel
pupazzetto che mica ce l’ho fatta, poi, a darglielo.
Carmine Frau

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