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  1. Racconto di Natale

    martedì 17 dicembre 2013

    Quando arriva il momento dell’inverno in cui dicembre si posa sulle strade, alla sera, ai miei occhi ha le fattezze del cono di luce gialla dei lampioni. La voce è senz’altro quella delle automobili che passano sull’asfalto umidiccio di freddo e che vibra un poco alla luce della luna, mentre dalle casse di qualche impianto stereo viene fuori l’ultima hit di xfactor.
    Dicembre per certi versi è tutto un fatto di luminarie della Rinascente, e speriamo siano led, almeno i comuni risparmiano, e di profumo di formaggio e vino nei gazebo dei mercatini,  di saponette a chilometri zero di Ussaramanna, e proloco e festival e.
    Per la strada dei negozi senti l’aria condizionata  venire fuori da ogni ingresso, il poderoso braccio caldo d’aria vorrebbe acchiapparti e trascinarti dentro col portafogli pronto a comprare l’ultimo profumo con Scarlett Johansson e io penso alle strategie del marketing e tutta quella roba, e poi a quanto è bella Scarlett Johansson. Le musiche, dio mio pure quelle, segmentate appositamente per ciascuno di noi a seconda della merce che cercano di venderci. La magia del Natale.
    E pure le librerie sono fatte così. Ti seducono con il cd di Einaudi o con la sala da tè perché sanno che tu, animale da libreria, vai matto per i dettagli, e tutte queste sciocchezze.
    La prima volta che feci visita a una di queste librerie della grande distribuzione, da poco trasferito in città da Vattelappesca, Wyoming, entrai proprio per sentire quella che poi scoprii essere I Giorni, del nostro. La mia aspettativa del Natale da novello poser intellettuale prevedeva film in bianco e nero, un divano comodo e un collo profumato su cui poi addormentarmi e, appunto, per sottofondo musica per pianoforte. Mi domandai, ascoltandola, quali mani incredibili hanno suonato questo pezzo?, ricordo che entrai solo per chiederlo alla cassiera, la quale mi diede un bigliettino con su scritto opera e autore. Passai qualche minuto a scorrere i titoli dei volumi negli scaffali, non ricordo più quali titoli né quali scaffali. E anche se non comprai nessun libro, ché ci avevo quelli comprati con repubblica a cinque euro da finire, ormai ero stato agganciato.
    E comunque, è una specie di reazione condizionata collettiva, quella dello shopping natalizio, e la vedi, se ti metti nel punto più alto di via Garibaldi, e guardi giù. Un precipizio pieno zeppo di teste avvolte nelle sciarpe, e cappotti e smartphones che fotografano e whatsappano, e uomini che telefonano, e donne che telefonano e viceversa eccetera. Vanno tutti avanti o indietro e quando qualcuno si stacca dal trenino per entrare in un negozio, come per una legge universale di conservazione della folla, da un altro negozio esce il suo sostituto e si scioglie dentro la marea. E tu pensi in quale mare sfocerà o dove se ne andranno tutti d’estate, quando il laghetto di Central Park sarà pieno di anatre.
    Non che sia un male, questo fatto dei regali natalizi eccetera, figurati se vengo a fare la morale a qualcuno. Anzi, a me piace pure. Quando ero un ragazzino piccolo piccolo, tipo in prima media, o poco prima, infilato alla meglio dentro il mio giubbotto roces, troppo largo per le mie piccolissime spalle, andai, e forse era la prima volta nella mia vita, a comprare un regalo di Natale per la donna della mia vita, la mia Rosa Pinelli. Ovviamente non si chiamava così, ma non importa.

    Il mio compare aveva deciso di regalare una saliera di ceramica alla sua. Aveva la forma di un orsacchiotto, niente male, ma alla fine stabilimmo che lei avrebbe potuto non capire il gesto. Insomma comprammo quei piccoli peluches che andavano di moda, i trudini, e costavano anche poco, allora che l’unione europea doveva ancora unirsi, intendo quella monetaria, e tutta quella solfa là.
    L’appuntamento per scambiarceli tutti insieme era fissato all’uscita dalla messa della vigilia, tanto ci dovevamo andare comunque. Mia madre mi aveva stirato una bella camicia bianca con un ricamo giallo, un cardigan e i pantaloni eleganti di fustagno. Alla televisione c’era un film di Natale con Dan Aykroyd, e in mezzo ai due tempi c’erano un milione di pubblicità per i ritardatari dei regali, spot che preannunciavano dei meravigliosi anni duemila, e in casa era un tripudio di luci intermittenti colorate, e cascate elettriche per presepi made in China. Dopo la visita ai nonni, andammo in chiesa. Qualche petardo esplodeva in largo anticipo, alla vigilia di Natale, e mi chiedevo chi fosse lo stolto che non rispettava la prassi giusta: regali a natale e petardi a capodanno. Indossavo il montgomery e nella tasca destra tenevo il pacchettino rosso, piccolo quanto il mio pugno. Lo tenevo stretto per tutta la messa, guardavo le pareti immense e bianche della chiesa, esploravo i disegni delle infiltrazioni di umidità nell’intonaco immaginando il momento in cui avrei dovuto regalarglielo, quell’animaletto. Le parole giuste, ciao buon Natale!, se darle un bacio sulla guancia destra o su quella sinistra, e metti che sbagliamo e ci baciamo. Intanto tenevo la mano nella tasca del montgomery e se fosse esistito lo smartphone ci avrei tenuto probabilmente quello, nella mano, per controllare di nascosto il suo profilo o whatsapp, ma allora non c’era, perciò tenevo quel dono peloso impacchettato. La carta aveva cominciato a perdere il colore in alcuni punti, e si era anche sgualcita, perché le mie mani sudavano un po’, soprattutto quando pensavo alla mia Rosa Pinelli e chi sa che cosa sarebbe successo un’ora dopo.
    Comunque, alla fine della messa ci scambiammo tutti gli auguri di Natale, ciao buon Natale, sorrisi e tutto quanto e io tenevo la mano nella tasca aspettando il momento giusto.

    Poi quando tutto fu finito tornammo a casa a piedi, i miei erano già rientrati e faceva un freddo terribile, e niente, io tornai a casa con le mani in tasca, la sinistra a scaldarsi e la destra a stringere quel pupazzetto che mica ce l’ho fatta, poi, a darglielo. 

    Carmine Frau  

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