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  1. Dei deliri e delle visioni.

    domenica 6 ottobre 2013

    Sono nella merda. E’ estate, piena estate. Sono seduto al tavolo della cucina, in mutande. Fa un caldo pazzesco. Il sudore cola da ogni poro della pelle. Dopo  tre giorni di scirocco, ho la sensazione che il cervello si sia ridotto ad una poltiglia melmosa appiccicata alle pareti del cranio. Lo scirocco non lascia scampo, si sa.
    In più ci si mette anche il computer a sbuffare un getto d’aria calda che va a sbattere sul braccio sinistro, appoggiato sul tavolo. Sullo schermo, schierate in file ordinate, appaiono le carte uscite alla ennesima prima sventagliata di spider.  Non ho più voglia di fare il solitario. Non posso passare un’altra sera d’estate a fare un solitario dietro l’altro. E non ho voglia di vagare su facebook.
    Spengo il computer. Esco in balcone. Rientro. Mi faccio una doccia. Torno al tavolo. Non trovo pace.
    Da cinque anni vivo in questo monolocale di venticinque metri quadri, in pieno hinterland cagliaritano. All’inizio mi era sembrato il rifugio perfetto, per nascondermi dal resto del mondo. E sono almeno due anni che me ne voglio andare. Ma non posso. Non so dove altro andare. Non ho i soldi per permettermi l’affitto di una casa decente. Anzi, a dire la verità, non ho i soldi neanche per permettermi l’affitto di questa. E non penso che la padrona di casa possa pazientare ancora per troppo tempo. Non ho un lavoro. Cioè, non svolgo nessuna attività in cambio della quale riceva un compenso economico. Ma, grazie al cielo, il lavoro non mi manca. Solo che quasi mai mi pagano per farlo. E se mi pagano, mi danno due soldi, che mediamente arrivano con almeno un anno di ritardo.  Eh no. Io sono un artista. Io ho fatto la scelta di vivere di poesia, di teatro, d’arte. Sono uno che fa quello che ha scelto di fare e che, certo, ne paga le conseguenze, come tutti d’altronde, ma ha la fortuna di fare quello che ha scelto di fare, di seguire la sua passione. Mica posso pretendere di essere pagato, per questo! E che cazzo…!
    Che poi, in realtà, non sono neanche un artista. Sono solo uno che passa da un progetto all’altro, da una esperienza all’altra. Tutte cose che, oltre che a contribuire a rendere il mio curriculum chilometrico, arricchiscono molto, moltissimo, senza dubbio, dal punto di vista umano, dal punto di vista artistico e dal punto di vista di ‘sto cazzo!
    Sono nella merda. Inutile fare tanti giri di parole. Sono nella merda. So che guardare solo il lato negativo della vita fa solo vedere tutto come se fosse una merda. Ma come altro posso definire la mia situazione? Una merda. Punto e basta
    Mi giro e mi rigiro. Mi alzo dalla sedia. Mi risiedo. Mi rialzo. Mi stendo sul letto, sudo, impreco, smadonno, esco in balcone, ritorno dentro. Cazzo.  Da questa merda bisogna uscire. C'è poco da dire e poco da fare e ancor meno da aspettare. Ed è anche tempo che lo capisca, che a continuare a fare questa vita, ci si rimane nella merda. Per sempre! Certo. E infatti l'ho capito! Ma non ho capito come cazzo si fa ad uscire da questa merda di situazione o situazione di merda che sia!
    Okay. Basta. Ora smetto di lamentarmi. Mi siedo. Prendo un foglio e una penna. E mi metto a scrivere una lista delle cose da fare. Da fare, per far cosa? Per uscire dalla merda, ovvio. Una penna che scriva, maledizione! Possibile che non si trovi mai una penna che scriva? Okay, anche una matita può andar bene. Basta che non riaccenda il computer, sennò è finita. Fare il punto della situazione, trovare le soluzioni, mettere tutto nero su bianco. Ecco, cosa devo fare. Una lista.
    Primo punto: trovare un lavoro.
    Devo trovare un modo per guadagnarmi da vivere in maniera decente. Ma io non so fare nessuna delle cose che bisogna saper, fare al giorno d'oggi, per guadagnarsi da vivere. Non so aggiustare porte e finestre, non so riparare né un impianto elettrico, né uno idraulico. Come dice Guido Catalano, spesso i poeti le cose utili non le sanno fare. Non fa niente. E poi io non sono un poeta. Devo trovare il modo per fare le cose che so fare. E che le cose che so fare mi permettano di vivere, invece di condurmi pian piano verso la morte. E cosa so fare io?
    Vabbè, fa niente. Da questa merda bisogna uscire. E adesso non mi sembra il caso di fare un’analisi sul come e sul perché mi ci sono ritrovato in questa merda, anche perché un’analisi seria non potrebbe non coinvolgere la situazione politica sociale ed economica in cui ci troviamo tutti quanti e non si finirebbe più.
    Un urletto, solo per obbligarmi a smettere di cincischiare.
    Ora. Devo. Solo. Fare. Una. Lista.
    Allora, il primo punto è fatto: trovare un lavoro pagato.
    Punto secondo: devo lasciar perdere le donne. Non devo pensare né ad una in particlare, nè a qualsiasi donna, almeno per un po' di tempo. Lasciarle perdere. Pensare a me stesso.
    Terzo punto: uscire di casa, adesso. Se resto qui continuo a girare e rigirare intorno agli stessi pensieri e questa volta non ne esco vivo.
    Ecco questa mi sembra la cosa più giusta da fare. Uscire. Anche se non ho un posto dove andare. Esco. Me ne vado in giro. Si, me ne vado in giro per il centro, a guardare Cagliari, la mia città, come se la vedessi per la prima volta, come un turista. Esco.

    Sono uscito. Ho preso la macchina. Ho 20 euro in tasca. Posso permettermi un massimo di 4 birre. Possono essere due o anche tre ore di autonomia da quel punto di vista. Ho un pacchetto di sigarette pieno. Tutta la notte di autonomia, da quest'altro punto di vista. Eventualmente anche metà serbatoio di benzina, nel caso di vagabondaggio automobilistico. Non si sa mai.
    C’è poca gente in giro sulle strade. In viale Marconi si cammina senza problemi, senza code, senza pattuglie della polizia in agguato con il suo maledetto etilometro. Sono solo le nove, d’altronde.  Dall’hinterland si arriva in centro in meno di un quarto d’ora. Un attimo. Ho parcheggiato sul colle di Buoncammino, così, per iniziare da lì il mio giro e per dare alla città uno sguardo completo, dall’alto, meravigliandomi un attimo della sua bellezza, come sempre.
    Mentalmente ho previsto  un percorso ben preciso e sono andato a fare il turista nella mia città. A camminarci in mezzo, passando in tutti i posti da cui un turista dovrebbe passare. Sono sceso da Porta Cristina verso la Cattedrale. Poi da lì sono sceso dalle scalette verso Piazza San Francesco e ho continuato a scendere lungo via Lamarmora. Non si incontra tanta gente, a piedi, lungo quelle strade. Posso tranquillamente passare per un turista. Mi guardo intorno, immaginandomi come fossa la vita nel medioevo. Ho girato dal vico terzo Lamarmora, per andare verso il bastione di Santa Croce, invece di proseguire dritto, per evitare di passare davanti al Mambo Tango. Difficilmente avrei resistito alla tentazione di entrarci. E il gioco del turista sarebbe finito. No. Dovevo camminare e guardare i palazzi di Castello, attraversare i vicoli, sentire la loro suggestione, addentrarmi in un'atmosfera ancora medievale, vederla come se fosse sconosciuta, scoprirla. Andando verso il Bastione, lungo tutta via Università, ho incrociato gruppi di ragazzi tirati a lucido e mezzo ubriachi e gruppi di ragazze coi tacchi a spillo e poca stoffa sui vestiti, che ridevano sguaiatamente. Molti erano stranieri, ma non tutti.  Alcuni avevano un viso già visto e conosciuto. Ho dovuto fare acrobazie per non incrociare lo sguardo di un amico, col quale mi sarei sicuramente dovuto fermare per scambiare un saluto e una serie di “e allora come va si tira avanti e che vuoi farci teniamo duro stammi bene e fatti sentire”, fino alla stretta di mano, alla giovanilista, quella dove le mani si battono, stringendosi verso l’alto. Arrivato alla terrazza del Bastione  ho attraversato un muro di folla schiamazzante di sleccacciatori di gelati, da lì fino a Piazza Yenne, lungo tutta via Manno. Ho anche guardato tutti i banchetti dei venditori ambulanti indiani o pakistani, non so bene. Ho creduto di rinunciare e tornarmene a casa, fino a che, all’improvviso, all’orizzonte non mi è apparsa una meta.
    Qui, in piazza Yenne. Proprio in fondo alla piazza più sfacciatamente turistica della città, dopo aver superato i primi bar, gelaterie, pizzerie e localini vari, super affollati da turisti e non, giovani e meno giovani, all'angolo della salita che porta alle scalette di Santa Chiara, proprio qui ho trovato il posto giusto dove fermarmi: un bar-pasticceria mai visto prima, dall’aspetto dei bar di una volta, quelli col biliardino in fondo e il grande tappo di Ichnusa sopra l’insegna, semi deserto.
    Davanti alla porta del bar, affacciata sulla piazza, ci sono cinque o sei tavolini, con attorno le loro sedie di alluminio, leggere, argentate, decisamente fuori moda. Ed una sedia era libera, appoggiata al muro, senza neanche il tavolino davanti. Sono entrato nel bar. Ho ordinato una mezza Ichnusa. L'ho presa e l’ho pagata. Un euro e ottanta. Perfetto. Ho un'autonomia pressoché illimitata. A quel prezzo, con i miei venti euro, ne sarebbero uscite una decina. E mi son seduto sulla sedia libera, a bere la mia birretta. Mi sembra un ottimo punto di osservazione, per smettere di percepire tutto quello che mi sta intorno come una merda.
    In quell'angolo di mondo, alla mia destra, un gruppo di ragazzi dall’accento nuorese festeggia chiassosamente qualcosa, l'addio al celibato di uno di loro, se non ho capito male. Evidentemente sono amici del gestore del bar, un omone grande e grosso, con indosso la maglia rossoblù del Cagliari, che di tanto in tanto va a farsi un bicchiere di birra con loro. Hanno ordinato otto birre grandi. Tante quanti sono loro. Chiassosi, ma simpatici. Alla mia sinistra, in fondo, quasi sulla strada, due donne anziane, una con addirittura i bigodini in testa, come non ne vedevo da una vita. Stanno sedute sulle loro sedie di alluminio a gambe larghe, in una posa antica, del tempo in cui le donne, quando c'era troppo caldo si mettevano fuori dalla porta di casa, a friscurare, e si sventolano fra le gambe, con il lembo della gonna sollevato, alla ricerca un po' di refrigerio. Stanno sedute così, però senza sventolarsi con le gonne. Alle loro spalle, lungo la salita per Santa Chiara, un fiume pressoché ininterrotto di giovani, meno giovani, turisti, abitanti, abbronzati, ben vestiti e stropicciati, sobri ed ubriachi, annoiati e divertiti, tutti decisamente accaldati. Una delle due donne, che se ne fottono altamente della moda, se ne sta in sottoveste e  bigodini, seduta al tavolino del bar pasticceria di piazza Yenne a crastulare con l’amica. L'altra ha la crocchia e il viso triste. Si vede che soffre terribilmente il caldo di una  notte di scirocco. Parlano ininterrottamente,  in cagliaritano stretto. O meglio una parla, l'altra si limita a sottolineare con un cenno del capo o mugugnando con una serie alternata di ehh, ohhh, uhhh, hnnnn per commentare i passi salienti del monologo. Quella  parla di malattie, di cure, di ospedali, di dottori, di vicini di casa, di madri dei vicini. L'altra ascolta rispondendo di tanto in tanto con mugugno e un cenno di comprensione del capo.
    Davanti a me, seduto al tavolino,  un tipo sulla cinquantina, coi capelli brizzolati, jeans e maglietta, sdruciti e sgualciti. Tutto il suo essere, nel suo complesso appare piuttosto sgualcito. Oltre ad essere decisamente ubriaco. Fortunatamente non sembra uno di quegli ubriachi che ad un certo punto si mettono a parlare da soli a voce alta e finiscono per inveire contro la prima cosa che gli viene in mente. Non sembra pericoloso. Beve dalla sua bottiglietta di Ichnusa, identica alla mia, voltato verso la piazza, dandomi le spalle.
    Per un po’ di tempo, con la mia birra in mano, osservo quell'angolo di mondo. La folla gli passa affianco, lambendolo, senza neanche degnarlo di uno sguardo. Ogni tanto si è girato verso di me e mi ha gettato un rapido sguardo indagatore. Al terzo sguardo, si vede che ha preso il coraggio a due mani, all’improvviso, mi ha rivolto la parola
    -        e lei che cosa ci fa tutto solo, seduto su quella sedia?
    Mi stupisco per un attimo. Cerco subito una verità con cui rispondere
    -        mi bevo una birra.
    Gli ho detto, sollevando leggermente la bottiglia, in segno di brindisi. Lui ha fatto lo stesso e si è girato nuovamente dall’altra parte, a guardare la piazza.

    Nel frattempo i ragazzi nuoresi sono aumentati di numero. Proporzionalmente è aumentato il numero di birre che sono arrivate al loro tavolo e anche il chiasso che fanno, soprattutto quando li raggiunge il barista super tifoso rossoblù. Ma continuano ad essere simpatici e continua ad essere divertente guardarli e ascoltarli. Non so perché, ma incomincio a sentirmi bene. Incomincio a sentirmi avviato verso l'uscita dalla merda. Il mio vicino di tavolo, si gira nuovamente verso di me. Mi guarda di nuovo. Mi scruta direi
    -        e che cosa fa, mentre beve la birra?
    Questa volta non sono impreparato, so cosa rispondere
    -        mi guardo intorno, guardo la gente, ascolto, guardo il mondo che mi circonda
    Mi vergogno un po' della risposta. Mi sono sembrato uno che vuole essere un eccentrico, uno che si vuole dare arie. Ma in fin dei conti posso permettermelo. in quanto turista. E lui non si scompone.  Anzi. Sorride,  come se avesse avuto una illuminazione, mostrando un sorriso simpatico, aperto, a cui manca un dente davanti
    -        ma allora lei è un poeta!
    Non so cosa rispondere. Sorrido, semplicemente. Lui non smette di sorridere, solleva la bottiglietta in segno di brindisi, io sollevo la mia e lui si rigira nuovamente. La donna che prima ascoltava e basta, da un po’ ha incominciato a  parlare senza sosta e l'altra, che prima invece parlava, adesso ascolta o fa finta di farlo e si guarda intorno. Il brizzolato non ha fatto passare tanto tempo prima di girarsi nuovamente verso di me
    -        e perchè non viene qui a bersi la birretta, che ce la beviamo insieme?
    Non ci penso un attimo. Prendo la mia sedia e mi avvicino. Lui chiede subito se vogliamo un’altra birra. Si alza e torna quasi subito con le due bottigliette da 33cl di Ichnusa. Brindiamo, sbattendo leggermente le due bottigliette, una contro l’altra. E a quel punto incomincio a parlare. Gli racconto tutto. Finalmente ho qualcuno a cui far ascoltare i miei monologhi.

    Gli ho parlato dei fallimenti della mia vita sentimentale. Lui sorrideva e ascoltava. Gli ho parlato anche di quella donna che mi aveva lasciato quindici giorni prima. Gli ho raccontato di come, quando eravamo innamorati, guardavo il cielo e vedevo ovunque il suo viso, dell’orgoglio che provavo quando camminavamo insieme per strada. Di come aveva rivoluzionato la mia vita. Di come mi aveva fatto sentire ancora vivo, quando ormai non me l'aspettavo più, giovane, capace di innamorarmi, capace di veder un futuro. Gli ho spiegato che a me piace la vita nella sua essenzialità, la potenza delle emozioni, la verità. E come mi piace avere la consapevolezza che tutta l'eternità si possa racchiudere in un attimo e allo stesso tempo sentire che l'attimo possa durare per tutta l'eternità. Gli ho parlato senza sosta della mia vita, senza barriere, senza un motivo. E senza giudizi, apparenze o convenienze. Ho parlato con lui come se fosse il mio migliore amico di gioventù che non vedevo dai tempi del liceo. O come se stessi parlando con un confessore. O con me stesso. Mi chiedo quanto abbia capito di quel che ho detto. Lui ha ascoltato, sorridente. Ha bevuto, ascoltato e sorriso. Mi sono sentito bene. Mi sono sentito fuori dalla merda. O forse non me ne è fregato più nulla della merda. Quando un uomo è talmente immerso nella merda che non ne può uscire fuori, l'unica salvezza che ha è che  gli piaccia la merda o almeno che non ne senta più la puzza.

    I ragazzi nuoresi sono spariti. Il rumore in sottofondo è molto minore. Arriva, un po' soffuso, quello della folla ammassata nella piazza qualche decina di metri più in là e il chiacchiericcio fluttuante di quelli che vanno verso l'ascensore sotto le scalette di Santa Chiara. Anche le due donne non ci sono più. Ogni tanto si è avvicinato qualche turista spaesato e un po' stupito di trovare dei posti liberi, ma se ne è andato quasi subito, perchè si sa, nelle piazze affollate, i bar deserti incutono timore. Ci deve essere qualcosa di losco o comunque di sospetto se non c'è nessuno in questo bar pasticceria di piazza Yenne, angolo salita Santa Chiara. Perlomeno è un posto sfigato. Il brizzolato sgualcito sorridente con un dente in meno si chiama Pino. Al momento della presentazione, con annessa stretta di mano, gli è piaciuto moltissimo che si chiamasse come me.
    - Solo che a me mi chiamano Pino, ma sempre Giuseppe è!
    Ha riso molto. Abbiamo anche brindato. Non ho tenuto il conto, ma credo che siamo arrivati alla quinta birretta. Già dalla terza siamo passati a darci del tu .
    C’è stato un attimo di silenzio. Pino si è concentrato, come per cercare le parole giuste o la forza per dirle. Poi ha sorriso e le parole erano uscite, con titubanza, con qualche ehm e cioè di troppo, ma alla fine sono uscite
    -        Scusa se sono indiscreto, ma tu che esprimi tutte queste cose così profonde, che si vede che le vivi proprio profondamente direi, ecco, tu che arte adoperi per esprimerle? Perchè non le puoi tenere dentro queste cose, no? Da qualche parte e da qualche arte devono uscire, no?

    Non mi aspettavo una domanda simile, ma non ho smesso di stare sul sentiero della verità.
    -        Faccio teatro. Faccio l'attore e scrivo poesie.
    -        Ahhhh! Bello! Si, molto interessante il teatro!
    Pino  amplifica il senso del suo interesse con ampi gesti delle mani e decisi movimenti affermativi della testa. Poi si ferma del tutto. Guarda lontano. Nei suoi occhi un leggero velo di tristezza, subito cacciato dal suo sorriso sdentato
    -        Io invece mi interesso di scultura
    Ma dai! Uno scultore! Le sorprese non finiscono mai.
    -        Ah si? Bella cosa, la scultura!
    -        Eh si! Ma è difficile, sai? Molto difficile! E' complicato! Uh! Non ne hai idea di quanto è complicato! Perchè a me interessa molto il corpo umano. Soprattutto i muscoli. E non sai quanti minuscoli muscoli ci sono nel corpo umano! Io li osservo tutti, uno per uno. Proprio, mi piace vedere tutte le sfumature del movimento, tutte, anche quelle che potrebbero sembrare più diciamo così insignificanti che quasi non le vedi se non ci stai proprio attento attento.  Eh si...è tanta roba!
    -        Eh si...lo immagino...anzi, qualcosa la so anch’io…. Senti, ma che materiale usi?
    -        Materiale? Cioè? -
    -        eja , materiale...cioè cosa usi per scolpire, cioè che cosa scolpisci? Pietra, marmo, legno, metallo...?
    Per un attimo si ferma. Guarda dritto verso di me e sembra che guardi lontano, lontano, oltre la piazza, oltre il porto, oltre il mare. Il sorriso si apre, come lo sguardo
    -        No, no! Niente di tutto questo. Io uso solamente il pensiero.

    Il pensiero? Fantastico! Pino cataloga i milioni di muscoli che osserva e poi usa solamente il pensiero per trasformarli in una scultura che soltanto lui vede. E lo dice sorridendo, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Sono estasiato. Ho trovato uno che è molto, ma molto più avanti di me. Uno che è al di là di un limite che io non riesco nemmeno ad immaginare. Lui ha risolto il problema. Cosa fare di tutto quello che la sua immaginazione produce? Niente. Non la produce per niente. O meglio, la produce solo con il pensiero, ad uso e consumo esclusivo di se stesso, del sognatore che le ha create. Tu si che sei un artista, Pino! Niente panico, niente terrore del giudizio, niente sensi di fallimenti quando nessuno viene a vederti. Nessuno viene a vederti, nessuno può vedere la tua opera. Per gli altri non esiste. Eppure, tu lo sai che esiste. Tu la vedi. Esiste. Solo per te. Tanto, è per te stesso che la stai creando. Li hai fregati, Pino. Sei un grande. Ma non glielo so dire. Riesco a dire, soltanto
    -        ahahhhh! Il pensiero!

    Ormai non sento più nessuna puzza di merda. Ora sto bene come un pascià. O, forse, come un maiale che nella merda si rotola. Ho smesso di pensare alle mancanze,  all'amore, al teatro, ai soldi. La mia vita non mi sembra più un fallimento totale, ma un'avventura, un'esperienza variegata, composta da una moltitudine di eventi e di incontri, dove ci si imbatte nei sogni più impensabili. Nei deliri e nelle visioni che non trovano spazio nella vita di chi ha la terra sotto i piedi.
    Non aveva bisogno d'altro, Pino. Aveva tutto il tempo che voleva per dedicarsi a quello che lo interessava di più: i muscoli del corpo umano e la scultura col pensiero. Neanch’io ho più bisogno d’altro. E’ arrivato il momento di alzarmi e tornare a casa.

    -        è stato un piacere per me conoscerti, poeta
    -        è stato un piacere per me, scultore
    -        alla prossima, amico
    -        stammi bene, amico

    Faceva delle meravigliose sculture nella sua mente. Ne sono sicuro. Un giorno mi piacerebbe vederle. Ma non credo che sarà mai possibile. Le può vedere soltanto lui.
    Ho ripreso a camminare fino alla macchina lungo le strade in salita di Castello.  Ho preso le scalette anziché l'ascensore. Ormai non è più necessario recitare il ruolo del turista. Ho fatto un breve viaggio ai confini della realtà e ora me ne posso tornare a casa. Cammino con leggerezza, nonostante la strada in salita. Ho fatto il turista ai confini della realtà e nel ventre profondo della merda. E ho scoperto, ancora una volta, che c’è sempre una via d’uscita. Anche da questa merda. Pino potrebbe benissimo non avere nessuna buona ragione per svegliarsi la mattina, ogni mattina. E invece va avanti, a scolpire muscoli umani nella mente. Pino mi ha insegnato qualcosa. Forse, averlo incontrato, non è stato un caso.
    Sono salito lungo via Lamarmora e sono arrivato davanti al Mambo Tango.
    Ormai non ero più un turista. Non c'era più nessuna ragione per non entrare. Mi erano avanzati anche cinque euro e per un bicchiere della staffa sarebbero bastati. Come al solito il piccolo locale incastonato nelle mura e nella roccia era pieno di fumo, non ostante il divieto, e di voci chiassose, di gente che beveva e che parlava a voce alta. Giovanissimi studenti. Giovani turisti. Turiste. Vecchi ubriaconi. Normali vagabondi notturni senza un luogo dove andare a trascorre qualche giorno di vacanza in pieno agosto. Juri cantava e suonava con la chitarra una canzone dei Beatles. Dietro al bancone c'era Carmen, la barista spagnola. Mi ha salutato con un bacio sulla guancia. Ho chiesto un fileferru. Me lo ha versato. Le ho chiesto come andava
    -        una mierda! - mi ha risposto sorridente– come vuoi che vada? Una mierda. Siempre la solita mierda! Y tu? Como va?

    -        Una merda – le ho risposto. Cos'altro potevo risponderle? - sempre la solita merda.


    Giuseppe Boy


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