Sono nella merda. E’ estate,
piena estate. Sono seduto al tavolo della cucina, in mutande. Fa un caldo
pazzesco. Il sudore cola da ogni poro della pelle. Dopo tre giorni di scirocco, ho la sensazione che
il cervello si sia ridotto ad una poltiglia melmosa appiccicata alle pareti del
cranio. Lo scirocco non lascia scampo, si sa.
In più ci si mette anche il
computer a sbuffare un getto d’aria calda che va a sbattere sul braccio
sinistro, appoggiato sul tavolo. Sullo schermo, schierate in file ordinate,
appaiono le carte uscite alla ennesima prima sventagliata di spider. Non ho più voglia di fare il solitario. Non
posso passare un’altra sera d’estate a fare un solitario dietro l’altro. E non
ho voglia di vagare su facebook.
Spengo il computer. Esco in
balcone. Rientro. Mi faccio una doccia. Torno al tavolo. Non trovo pace.
Da cinque anni vivo in questo
monolocale di venticinque metri quadri, in pieno hinterland cagliaritano. All’inizio
mi era sembrato il rifugio perfetto, per nascondermi dal resto del mondo. E sono
almeno due anni che me ne voglio andare. Ma non posso. Non so dove altro andare.
Non ho i soldi per permettermi l’affitto di una casa decente. Anzi, a dire la
verità, non ho i soldi neanche per permettermi l’affitto di questa. E non penso
che la padrona di casa possa pazientare ancora per troppo tempo. Non ho un
lavoro. Cioè, non svolgo nessuna attività in cambio della quale riceva un
compenso economico. Ma, grazie al cielo, il lavoro non mi manca. Solo che quasi
mai mi pagano per farlo. E se mi pagano, mi danno due soldi, che mediamente arrivano
con almeno un anno di ritardo. Eh no. Io
sono un artista. Io ho fatto la scelta di vivere di poesia, di teatro, d’arte.
Sono uno che fa quello che ha scelto di fare e che, certo, ne paga le
conseguenze, come tutti d’altronde, ma ha la fortuna di fare quello che ha
scelto di fare, di seguire la sua passione. Mica posso pretendere di essere
pagato, per questo! E che cazzo…!
Che poi, in realtà, non sono neanche
un artista. Sono solo uno che passa da un progetto all’altro, da una esperienza
all’altra. Tutte cose che, oltre che a contribuire a rendere il mio curriculum
chilometrico, arricchiscono molto, moltissimo, senza dubbio, dal punto di vista
umano, dal punto di vista artistico e dal punto di vista di ‘sto cazzo!
Sono nella merda. Inutile fare tanti
giri di parole. Sono nella merda. So che guardare solo il lato negativo della
vita fa solo vedere tutto come se fosse una merda. Ma come altro posso definire
la mia situazione? Una merda. Punto e basta
Mi giro e mi rigiro. Mi alzo
dalla sedia. Mi risiedo. Mi rialzo. Mi stendo sul letto, sudo, impreco,
smadonno, esco in balcone, ritorno dentro. Cazzo. Da questa merda bisogna uscire. C'è poco da
dire e poco da fare e ancor meno da aspettare. Ed è anche tempo che lo capisca,
che a continuare a fare questa vita, ci si rimane nella merda. Per sempre!
Certo. E infatti l'ho capito! Ma non ho capito come cazzo si fa ad uscire da
questa merda di situazione o situazione di merda che sia!
Okay. Basta. Ora smetto di
lamentarmi. Mi siedo. Prendo un foglio e una penna. E mi metto a scrivere una
lista delle cose da fare. Da fare, per far cosa? Per uscire dalla merda, ovvio.
Una penna che scriva, maledizione! Possibile che non si trovi mai una penna che
scriva? Okay, anche una matita può andar bene. Basta che non riaccenda il
computer, sennò è finita. Fare il punto della situazione, trovare le soluzioni,
mettere tutto nero su bianco. Ecco, cosa devo fare. Una lista.
Primo punto: trovare un lavoro.
Devo trovare un modo per guadagnarmi da vivere in maniera decente.
Ma io non so fare nessuna delle cose che bisogna saper, fare al giorno d'oggi,
per guadagnarsi da vivere. Non so aggiustare porte e finestre, non so riparare
né un impianto elettrico, né uno idraulico. Come dice Guido Catalano, spesso i
poeti le cose utili non le sanno fare. Non fa niente. E poi io non sono un
poeta. Devo trovare il modo per fare le cose che so fare. E che le cose che so
fare mi permettano di vivere, invece di condurmi pian piano verso la morte. E
cosa so fare io?
Vabbè, fa niente. Da questa merda
bisogna uscire. E adesso non mi sembra il caso di fare un’analisi sul come e
sul perché mi ci sono ritrovato in questa merda, anche perché un’analisi seria
non potrebbe non coinvolgere la situazione politica sociale ed economica in cui
ci troviamo tutti quanti e non si finirebbe più.
Un urletto, solo per obbligarmi a smettere di cincischiare.
Ora. Devo. Solo. Fare. Una. Lista.
Allora, il primo punto è fatto: trovare un lavoro pagato.
Punto secondo: devo lasciar
perdere le donne. Non devo pensare né ad una in particlare, nè a qualsiasi
donna, almeno per un po' di tempo. Lasciarle perdere. Pensare a me stesso.
Terzo punto: uscire di casa,
adesso. Se resto qui continuo a girare e rigirare intorno agli stessi pensieri
e questa volta non ne esco vivo.
Ecco questa mi sembra la cosa più
giusta da fare. Uscire. Anche se non ho un posto dove andare. Esco. Me ne vado
in giro. Si, me ne vado in giro per il centro, a guardare Cagliari, la mia
città, come se la vedessi per la prima volta, come un turista. Esco.
Sono uscito. Ho preso la
macchina. Ho 20 euro in tasca. Posso permettermi un massimo di 4 birre. Possono
essere due o anche tre ore di autonomia da quel punto di vista. Ho un pacchetto
di sigarette pieno. Tutta la notte di autonomia, da quest'altro punto di vista.
Eventualmente anche metà serbatoio di benzina, nel caso di vagabondaggio
automobilistico. Non si sa mai.
C’è poca gente in giro sulle
strade. In viale Marconi si cammina senza problemi, senza code, senza pattuglie
della polizia in agguato con il suo maledetto etilometro. Sono solo le nove,
d’altronde. Dall’hinterland si arriva in
centro in meno di un quarto d’ora. Un attimo. Ho parcheggiato sul colle di Buoncammino,
così, per iniziare da lì il mio giro e per dare alla città uno sguardo
completo, dall’alto, meravigliandomi un attimo della sua bellezza, come sempre.
Mentalmente ho previsto un percorso ben preciso e sono andato a fare
il turista nella mia città. A camminarci in mezzo, passando in tutti i posti da
cui un turista dovrebbe passare. Sono sceso da Porta Cristina verso la
Cattedrale. Poi da lì sono sceso dalle scalette verso Piazza San Francesco e ho
continuato a scendere lungo via Lamarmora. Non si incontra tanta gente, a
piedi, lungo quelle strade. Posso tranquillamente passare per un turista. Mi
guardo intorno, immaginandomi come fossa la vita nel medioevo. Ho girato dal
vico terzo Lamarmora, per andare verso il bastione di Santa Croce, invece di
proseguire dritto, per evitare di passare davanti al Mambo Tango. Difficilmente
avrei resistito alla tentazione di entrarci. E il gioco del turista sarebbe
finito. No. Dovevo camminare e guardare i palazzi di Castello, attraversare i
vicoli, sentire la loro suggestione, addentrarmi in un'atmosfera ancora medievale,
vederla come se fosse sconosciuta, scoprirla. Andando verso il Bastione, lungo
tutta via Università, ho incrociato gruppi di ragazzi tirati a lucido e mezzo
ubriachi e gruppi di ragazze coi tacchi a spillo e poca stoffa sui vestiti, che
ridevano sguaiatamente. Molti erano stranieri, ma non tutti. Alcuni avevano un viso già visto e conosciuto.
Ho dovuto fare acrobazie per non incrociare lo sguardo di un amico, col quale mi
sarei sicuramente dovuto fermare per scambiare un saluto e una serie di “e
allora come va si tira avanti e che vuoi farci teniamo duro stammi bene e fatti
sentire”, fino alla stretta di mano, alla giovanilista, quella dove le mani si battono,
stringendosi verso l’alto. Arrivato alla terrazza del Bastione ho attraversato un muro di folla
schiamazzante di sleccacciatori di gelati, da lì fino a Piazza Yenne, lungo
tutta via Manno. Ho anche guardato tutti i banchetti dei venditori ambulanti
indiani o pakistani, non so bene. Ho creduto di rinunciare e tornarmene a casa,
fino a che, all’improvviso, all’orizzonte non mi è apparsa una meta.
Qui, in piazza Yenne. Proprio in
fondo alla piazza più sfacciatamente turistica della città, dopo aver superato i
primi bar, gelaterie, pizzerie e localini vari, super affollati da turisti e non,
giovani e meno giovani, all'angolo della salita che porta alle scalette di
Santa Chiara, proprio qui ho trovato il posto giusto dove fermarmi: un bar-pasticceria
mai visto prima, dall’aspetto dei bar di una volta, quelli col biliardino in
fondo e il grande tappo di Ichnusa sopra l’insegna, semi deserto.
Davanti alla porta del bar,
affacciata sulla piazza, ci sono cinque o sei tavolini, con attorno le loro sedie
di alluminio, leggere, argentate, decisamente fuori moda. Ed una sedia era
libera, appoggiata al muro, senza neanche il tavolino davanti. Sono entrato nel
bar. Ho ordinato una mezza Ichnusa. L'ho presa e l’ho pagata. Un euro e
ottanta. Perfetto. Ho un'autonomia pressoché illimitata. A quel prezzo, con i
miei venti euro, ne sarebbero uscite una decina. E mi son seduto sulla sedia
libera, a bere la mia birretta. Mi sembra un ottimo punto di osservazione, per
smettere di percepire tutto quello che mi sta intorno come una merda.
In quell'angolo di mondo, alla
mia destra, un gruppo di ragazzi dall’accento nuorese festeggia chiassosamente qualcosa,
l'addio al celibato di uno di loro, se non ho capito male. Evidentemente sono
amici del gestore del bar, un omone grande e grosso, con indosso la maglia
rossoblù del Cagliari, che di tanto in tanto va a farsi un bicchiere di birra
con loro. Hanno ordinato otto birre grandi. Tante quanti sono loro. Chiassosi,
ma simpatici. Alla mia sinistra, in fondo, quasi sulla strada, due donne anziane,
una con addirittura i bigodini in testa, come non ne vedevo da una vita. Stanno
sedute sulle loro sedie di alluminio a gambe larghe, in una posa antica, del
tempo in cui le donne, quando c'era troppo caldo si mettevano fuori dalla porta
di casa, a friscurare, e si sventolano
fra le gambe, con il lembo della gonna sollevato, alla ricerca un po' di refrigerio.
Stanno sedute così, però senza sventolarsi con le gonne. Alle loro spalle, lungo
la salita per Santa Chiara, un fiume pressoché ininterrotto di giovani, meno
giovani, turisti, abitanti, abbronzati, ben vestiti e stropicciati, sobri ed ubriachi,
annoiati e divertiti, tutti decisamente accaldati. Una delle due donne, che se
ne fottono altamente della moda, se ne sta in sottoveste e bigodini, seduta al tavolino del bar
pasticceria di piazza Yenne a crastulare
con l’amica. L'altra ha la crocchia e il viso triste. Si vede che soffre
terribilmente il caldo di una notte di
scirocco. Parlano ininterrottamente, in cagliaritano
stretto. O meglio una parla, l'altra si limita a sottolineare con un cenno del
capo o mugugnando con una serie alternata di ehh, ohhh, uhhh, hnnnn per
commentare i passi salienti del monologo. Quella parla di malattie, di cure, di ospedali, di
dottori, di vicini di casa, di madri dei vicini. L'altra ascolta rispondendo di
tanto in tanto con mugugno e un cenno di comprensione del capo.
Davanti a me, seduto al tavolino,
un tipo sulla cinquantina, coi capelli
brizzolati, jeans e maglietta, sdruciti e sgualciti. Tutto il suo essere, nel
suo complesso appare piuttosto sgualcito. Oltre ad essere decisamente ubriaco.
Fortunatamente non sembra uno di quegli ubriachi che ad un certo punto si
mettono a parlare da soli a voce alta e finiscono per inveire contro la prima
cosa che gli viene in mente. Non sembra pericoloso. Beve dalla sua bottiglietta
di Ichnusa, identica alla mia, voltato verso la piazza, dandomi le spalle.
Per un po’ di tempo, con la mia
birra in mano, osservo quell'angolo di mondo. La folla gli passa affianco,
lambendolo, senza neanche degnarlo di uno sguardo. Ogni tanto si è girato verso
di me e mi ha gettato un rapido sguardo indagatore. Al terzo sguardo, si vede
che ha preso il coraggio a due mani, all’improvviso, mi ha rivolto la parola
-
e lei che cosa ci fa tutto solo, seduto su
quella sedia?
Mi stupisco per un attimo. Cerco subito una verità con cui
rispondere
-
mi bevo una birra.
Gli ho detto, sollevando
leggermente la bottiglia, in segno di brindisi. Lui ha fatto lo stesso e si è
girato nuovamente dall’altra parte, a guardare la piazza.
Nel frattempo i ragazzi nuoresi sono
aumentati di numero. Proporzionalmente è aumentato il numero di birre che sono
arrivate al loro tavolo e anche il chiasso che fanno, soprattutto quando li
raggiunge il barista super tifoso rossoblù. Ma continuano ad essere simpatici e
continua ad essere divertente guardarli e ascoltarli. Non so perché, ma
incomincio a sentirmi bene. Incomincio a sentirmi avviato verso l'uscita dalla
merda. Il mio vicino di tavolo, si gira nuovamente verso di me. Mi guarda di
nuovo. Mi scruta direi
-
e che cosa fa, mentre beve la birra?
Questa volta non sono
impreparato, so cosa rispondere
-
mi guardo intorno, guardo la gente, ascolto,
guardo il mondo che mi circonda
Mi vergogno un po' della risposta. Mi sono sembrato uno che
vuole essere un eccentrico, uno che si vuole dare arie. Ma in fin dei conti posso
permettermelo. in quanto turista. E lui non si scompone. Anzi. Sorride, come se avesse avuto una illuminazione, mostrando
un sorriso simpatico, aperto, a cui manca un dente davanti
-
ma allora lei è un poeta!
Non so cosa rispondere. Sorrido,
semplicemente. Lui non smette di sorridere, solleva la bottiglietta in segno di
brindisi, io sollevo la mia e lui si rigira nuovamente. La donna che prima
ascoltava e basta, da un po’ ha incominciato a parlare senza sosta e l'altra, che prima
invece parlava, adesso ascolta o fa finta di farlo e si guarda intorno. Il
brizzolato non ha fatto passare tanto tempo prima di girarsi nuovamente verso
di me
-
e perchè non viene qui a bersi la birretta, che
ce la beviamo insieme?
Non ci penso un attimo. Prendo la
mia sedia e mi avvicino. Lui chiede subito se vogliamo un’altra birra. Si alza
e torna quasi subito con le due bottigliette da 33cl di Ichnusa. Brindiamo,
sbattendo leggermente le due bottigliette, una contro l’altra. E a quel punto incomincio
a parlare. Gli racconto tutto. Finalmente ho qualcuno a cui far ascoltare i
miei monologhi.
Gli ho parlato dei fallimenti
della mia vita sentimentale. Lui sorrideva e ascoltava. Gli ho parlato anche di
quella donna che mi aveva lasciato quindici giorni prima. Gli ho raccontato di
come, quando eravamo innamorati, guardavo il cielo e vedevo ovunque il suo viso,
dell’orgoglio che provavo quando camminavamo insieme per strada. Di come aveva
rivoluzionato la mia vita. Di come mi aveva fatto sentire ancora vivo, quando
ormai non me l'aspettavo più, giovane, capace di innamorarmi, capace di veder
un futuro. Gli ho spiegato che a me piace la vita nella sua essenzialità, la
potenza delle emozioni, la verità. E come mi piace avere la consapevolezza che
tutta l'eternità si possa racchiudere in un attimo e allo stesso tempo sentire che
l'attimo possa durare per tutta l'eternità. Gli ho parlato senza sosta della
mia vita, senza barriere, senza un motivo. E senza giudizi, apparenze o
convenienze. Ho parlato con lui come se fosse il mio migliore amico di gioventù
che non vedevo dai tempi del liceo. O come se stessi parlando con un
confessore. O con me stesso. Mi chiedo quanto abbia capito di quel che ho detto.
Lui ha ascoltato, sorridente. Ha bevuto, ascoltato e sorriso. Mi sono sentito
bene. Mi sono sentito fuori dalla merda. O forse non me ne è fregato più nulla
della merda. Quando un uomo è talmente immerso nella merda che non ne può
uscire fuori, l'unica salvezza che ha è che
gli piaccia la merda o almeno che non ne senta più la puzza.
I ragazzi nuoresi sono spariti.
Il rumore in sottofondo è molto minore. Arriva, un po' soffuso, quello della
folla ammassata nella piazza qualche decina di metri più in là e il chiacchiericcio
fluttuante di quelli che vanno verso l'ascensore sotto le scalette di Santa Chiara.
Anche le due donne non ci sono più. Ogni tanto si è avvicinato qualche turista
spaesato e un po' stupito di trovare dei posti liberi, ma se ne è andato quasi
subito, perchè si sa, nelle piazze affollate, i bar deserti incutono timore. Ci
deve essere qualcosa di losco o comunque di sospetto se non c'è nessuno in
questo bar pasticceria di piazza Yenne, angolo salita Santa Chiara. Perlomeno è
un posto sfigato. Il brizzolato sgualcito sorridente con un dente in meno si
chiama Pino. Al momento della presentazione, con annessa stretta di mano, gli è
piaciuto moltissimo che si chiamasse come me.
- Solo che a me mi chiamano Pino,
ma sempre Giuseppe è!
Ha riso molto. Abbiamo anche
brindato. Non ho tenuto il conto, ma credo che siamo arrivati alla quinta
birretta. Già dalla terza siamo passati a darci del tu .
C’è stato un attimo di silenzio.
Pino si è concentrato, come per cercare le parole giuste o la forza per dirle.
Poi ha sorriso e le parole erano uscite, con titubanza, con qualche ehm e cioè
di troppo, ma alla fine sono uscite
-
Scusa se sono indiscreto, ma tu che esprimi
tutte queste cose così profonde, che si vede che le vivi proprio profondamente
direi, ecco, tu che arte adoperi per esprimerle? Perchè non le puoi tenere
dentro queste cose, no? Da qualche parte e da qualche arte devono uscire, no?
Non mi aspettavo una domanda
simile, ma non ho smesso di stare sul sentiero della verità.
-
Faccio teatro. Faccio l'attore e scrivo poesie.
-
Ahhhh! Bello! Si, molto interessante il teatro!
Pino amplifica il senso del suo interesse con ampi
gesti delle mani e decisi movimenti affermativi della testa. Poi si ferma del
tutto. Guarda lontano. Nei suoi occhi un leggero velo di tristezza, subito
cacciato dal suo sorriso sdentato
-
Io invece mi interesso di scultura
Ma dai! Uno scultore! Le sorprese non finiscono mai.
-
Ah si? Bella cosa, la scultura!
-
Eh si! Ma è difficile, sai? Molto difficile! E'
complicato! Uh! Non ne hai idea di quanto è complicato! Perchè a me interessa
molto il corpo umano. Soprattutto i muscoli. E non sai quanti minuscoli muscoli
ci sono nel corpo umano! Io li osservo tutti, uno per uno. Proprio, mi piace
vedere tutte le sfumature del movimento, tutte, anche quelle che potrebbero
sembrare più diciamo così insignificanti che quasi non le vedi se non ci stai
proprio attento attento. Eh si...è tanta
roba!
-
Eh si...lo immagino...anzi, qualcosa la so
anch’io…. Senti, ma che materiale usi?
-
Materiale? Cioè? -
-
eja ,
materiale...cioè cosa usi per scolpire, cioè che cosa scolpisci? Pietra, marmo,
legno, metallo...?
Per un attimo si ferma. Guarda
dritto verso di me e sembra che guardi lontano, lontano, oltre la piazza, oltre
il porto, oltre il mare. Il sorriso si apre, come lo sguardo
-
No, no! Niente di tutto questo. Io uso solamente
il pensiero.
Il pensiero? Fantastico! Pino
cataloga i milioni di muscoli che osserva e poi usa solamente il pensiero per trasformarli
in una scultura che soltanto lui vede. E lo dice sorridendo, come se fosse la
cosa più normale di questo mondo. Sono estasiato. Ho trovato uno che è molto,
ma molto più avanti di me. Uno che è al di là di un limite che io non riesco
nemmeno ad immaginare. Lui ha risolto il problema. Cosa fare di tutto quello
che la sua immaginazione produce? Niente. Non la produce per niente. O meglio,
la produce solo con il pensiero, ad uso e consumo esclusivo di se stesso, del
sognatore che le ha create. Tu si che sei un artista, Pino! Niente panico,
niente terrore del giudizio, niente sensi di fallimenti quando nessuno viene a
vederti. Nessuno viene a vederti, nessuno può vedere la tua opera. Per gli
altri non esiste. Eppure, tu lo sai che esiste. Tu la vedi. Esiste. Solo per
te. Tanto, è per te stesso che la stai creando. Li hai fregati, Pino. Sei un
grande. Ma non glielo so dire. Riesco a dire, soltanto
-
ahahhhh! Il pensiero!
Ormai non sento più nessuna puzza
di merda. Ora sto bene come un pascià. O, forse, come un maiale che nella merda
si rotola. Ho smesso di pensare alle mancanze,
all'amore, al teatro, ai soldi. La mia vita non mi sembra più un
fallimento totale, ma un'avventura, un'esperienza variegata, composta da una
moltitudine di eventi e di incontri, dove ci si imbatte nei sogni più
impensabili. Nei deliri e nelle visioni che non trovano spazio nella vita di
chi ha la terra sotto i piedi.
Non aveva bisogno d'altro, Pino. Aveva
tutto il tempo che voleva per dedicarsi a quello che lo interessava di più: i
muscoli del corpo umano e la scultura col pensiero. Neanch’io ho più bisogno
d’altro. E’ arrivato il momento di alzarmi e tornare a casa.
-
è stato un piacere per me conoscerti, poeta
-
è stato un piacere per me, scultore
-
alla prossima, amico
-
stammi bene, amico
Faceva delle meravigliose
sculture nella sua mente. Ne sono sicuro. Un giorno mi piacerebbe vederle. Ma
non credo che sarà mai possibile. Le può vedere soltanto lui.
Ho ripreso a camminare fino alla
macchina lungo le strade in salita di Castello.
Ho preso le scalette anziché l'ascensore. Ormai non è più necessario recitare
il ruolo del turista. Ho fatto un breve viaggio ai confini della realtà e ora me
ne posso tornare a casa. Cammino con leggerezza, nonostante la strada in
salita. Ho fatto il turista ai confini della realtà e nel ventre profondo della
merda. E ho scoperto, ancora una volta, che c’è sempre una via d’uscita. Anche
da questa merda. Pino potrebbe benissimo non avere nessuna buona ragione per
svegliarsi la mattina, ogni mattina. E invece va avanti, a scolpire muscoli
umani nella mente. Pino mi ha insegnato qualcosa. Forse, averlo incontrato, non
è stato un caso.
Sono salito lungo via Lamarmora e
sono arrivato davanti al Mambo Tango.
Ormai non ero più un turista. Non
c'era più nessuna ragione per non entrare. Mi erano avanzati anche cinque euro
e per un bicchiere della staffa sarebbero bastati. Come al solito il piccolo
locale incastonato nelle mura e nella roccia era pieno di fumo, non ostante il
divieto, e di voci chiassose, di gente che beveva e che parlava a voce alta.
Giovanissimi studenti. Giovani turisti. Turiste. Vecchi ubriaconi. Normali
vagabondi notturni senza un luogo dove andare a trascorre qualche giorno di
vacanza in pieno agosto. Juri cantava e suonava con la chitarra una canzone dei
Beatles. Dietro al bancone c'era Carmen, la barista spagnola. Mi ha salutato
con un bacio sulla guancia. Ho chiesto un fileferru. Me lo ha versato. Le ho
chiesto come andava
-
una mierda! - mi ha risposto sorridente– come
vuoi che vada? Una mierda. Siempre la solita mierda! Y tu? Como va?
-
Una merda – le ho risposto. Cos'altro potevo
risponderle? - sempre la solita merda.
Giuseppe Boy

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