Ho sempre pensato che la
complessità dello scrivere un racconto stia nella sua più o meno breve durata:
un racconto riuscito è, per me, quello in cui i personaggi non vengono,
nonostante la brevità del testo, rinchiusi
a doppia mandata in una teca e condannati a fare eternamente da cammei; la
stessa teca, fra l'altro, darebbe al lettore il pretesto per buttare pigramente
la chiave.
Stefano Aranginu, con mia grande
ammirazione, è riuscito con disinvoltura a non circoscrivere la sua scrittura
dentro alcun tipo di teche né trappole:
nei tredici racconti della raccolta
“Piume e paludi”, ci presenta dei personaggi liberi dall'obbligo
di dover esplicitare a tutti i costi le
loro motivazioni, conscie e inconscie che siano, affidando al lettore il ruolo di
“ermeneuta” del narrato.
Questo tipo di libertà può essere
visto come una vera e propria chiave di lettura di tutta la raccolta, la cui
dimensione si sposta fra il sogno, l'incubo, il ricordo, la follia e, spesso,
l'ironia... ironia che Stefano rende preziosa a modo suo, sperimentando
particolari tecniche di scrittura che oscillano fra la focalizzazione interna
(ci sta dicendo tutto quello che sa di quel personaggio) e quella esterna (ci
sta dicendo tutto quello che sa, di quel personaggio?).
(Le luci si
accendono)
...c'è uno strano signore che
mangia fiammiferi, c'è il signor Paride che ha perso completamente la testa,
c'è odore di pioggia e, per cena, ci sono patate bollite. Insomma,c'è tutto ciò
che occorre per godersi lo spettacolo di un giovane scrittore e della sua
incredibile, sincera voglia di raccontare delicatamente, senza la schiavitù di
una chiassosa eloquenza che tutto dice e tutto riduce.

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